Museo Arte Sacra

Ultima modifica 20 novembre 2021

Dalla  sagrestia della Chiesa madre si accede alla cripta dove è esposto il tesoro. La prima sistemazione del tesoro si deve all’arciprete Don Isidoro Giaconia e alla prof.ssa Lucia Ajovalasit Columba. Nel 1995 si è  proceduto ad un riordino dei materiali e ad una nuova esposizione promossa dall’Assessore alla cultura Beniamino Macaluso, voluta da  Don Gaetano Scuderi e curata dalla prof.ssa Maria Concetta Di Natale che, adottando il criterio espositivo cronologico, consente al visitatore di notare come attraverso i secoli cambino tipologie e stili.

Nel tesoro sono esposti tutte le più importanti suppellettili liturgiche d’argento della Chiesa Madre di Geraci, nonché numerosi pregevoli paramenti sacri finemente ricamati. Ricerche d’archivio hanno fornito ulteriori notizie su questi tesori d’arte. Già nel 1499 si ha notizia che un certo Giuliano Cuchi lascia ben cinquanta onze per l’acquisto di una “casubula” per la Madrice. Così risulta da uno dei primi inventari dei beni mobili delle Chiese di Geraci Siculo del 1576 redatto da Pietro Albanese e Pietro Di Fazio procuratori della Chiesa di S. Stefano che tra le suppellettili liturgiche di questa Chiesa si trova una mano d’argento con la reliquia e la palma d’argento, nonché “tri calici dui di argento e uno con li pedi di ramo con soi patene”. Un inventario del 1584 redatto dall’arciprete Antonio Scacciaterra,  elenca i beni mobili della Chiesa Madre, del Monte di Pietà e delle Chiese di S. Maria La Porta, di S. Bartolomeo, di S. Stefano e di S. Giacomo. Merita di essere menzionato un calice del 1506 realizzato dall’argentiere palermitano Iacobo de Landi. Un altro inedito documento del 1586 permette di rilevare che il frate francescano P.Antonio Granata consegna una reliquia di San Bartolomeo al marchese di Geraci Giovanni Ventimiglia. Dagli inventari effettuati dai procuratori pro-tempore, si può dedurre come  la storia delle suppellettili liturgiche d’argento, dei volumi membranacei, dei paramenti sacri della Chiesa Madre e delle diverse Chiese di Geraci è legata a quella dei diversi arcipreti succedutosi nel tempo. (la descrizione degli inventari ci fornisce senza volerlo date, autori, materia e prezzo delle sculture lignee, degli argenti, degli stucchi, delle opere in ferro battuto, dei parati sacri, degli edifici, degli organi a canne, dei libri liturgici etc.).  Interessante è stato il rinvenimento di una carta tardo-duecentesca con l’accattivante figura di un imperatore. La carta contiene il testo tra la fine del X libro e l’inizio dell’XI del “Codex Iustinianeus. La figura di Giustiniano è rappresentata nei modi usuali della miniatura di età tardo-federiciana.

Tra le opere più significative è l’ostensorio d’argento dorato, finemente sbalzato, cesellato e inciso, con teca in cristallo di rocca, dalla base polilobata, tipica dell’epoca, ornata da smalti policromi, opera dell’orafo toscano Pino di San Martino da Pisa del XIV secolo. In origine doveva trattarsi di un reliquario, trasformato in seguito in ostensorio, donato da Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, come attesta l’iscrizione: “Hoc opus fecit fieri magnificus et potens Franciscus de Ventimilia comes, hoc opus fecit Pinus Santi Martini de Pisis”.

Sono poi presenti nel tesoro, tra le opere più caratteristiche, diversi calici quattro-cinquecenteschi della tipologia definita da Maria Accascina “madonita”, caratterizzati da base polibata e carnose foglie di cardo sotto la cappa, alcuni recanti il più antico marchio della maestranza degli orafi e argentieri di Palermo l’aquila con ali a volo basso e la scritta RUP (Regia Urbs Panormi).

Si ricorda ancora il reliquario architettonico che culmina con la figura di San Bartolomeo patrono di Geraci, opera di argentiere palermitano del XVI secolo caratterizzato da guglie e pinnacoli goticheggianti, come quello di san Giuliano dell’omonimo monastero.

Pure a maestro palermitano si deve il repositorio datato 1520 che reca l’immagine del Cristo in Pietà tra due angeli.

Tra gli altri reliquiari cinquecenteschi, sempre dovuti ad abili argentieri palermitani, sono quello del legno della croce, ove il Cristo è posto tra le figure dei dolenti site su due candelabri laterali e quelli antropomorfi, a forma di mano, in riferimento alla reliquia che contengono, dei Santi Bartolomeo, Stefano e Lorenzo. Tra i reliquiari seicenteschi si ricordano quelli floreali di Santa Rosalia e di San Sebastiano, dovuti a maestri palermitani, come pure la Pace raffigurante Cristo Risorto tra l’Immacolata e san Bartolomeo del 1653. Nel tesoro sono ancora suppellettili liturgiche barocche e rococò tra cui emergono taluni ostensori a raggiera come quello del 1784, dovuto ad argentiere messinese, che reca alla base le simboliche figure delle virtù teologali: Fede, Speranza e Carità. Sono pure esposti alcuni gioielli siciliani, donati dai fedeli come ex-voto ai Santi protettori. Il panorama si conclude con l’argenteria sacra del periodo neoclassico.