Cenni Economici e Finanziari

Ultima modifica 25 marzo 2021

Nonostante la perdita della centralità politica e amministrativa, Geraci continua a essere il centro del potere economico dei Ventimiglia; i quali considerano l’espansione territoriale un fatto di primaria importanza. Si riscontra, infatti, una politica di accentramento dei “marcati” soprattutto se confinanti o vicini al feudo centrale che è Geraci.
Il che è evidente guardando le permute che avvengono dal 1330 al 1380, attraverso le quali i Ventimiglia scambiano territori lontani per concentrarli attorno a Geraci. Sicchè il quadro che ne deriva è quello della creazione di un grosso “stato” nella zona delle Madonie, che costituisce il nucleo centrale del loro potere economico.
Accanto a questa tendenza vi è quella di procurarsi territori che consentano l’accesso alle coste e quindi lo sbocco al mare.
Lo Stato delle Madonie già nel 1322 arriva da un lato a Gangi, Sperlinga e Regalgiovanni e verso Nord tocca il Tirreno fino a Caronia, Tusa alla Marina di Pollina e Roccella, con pochissime enclave in potere di altre famiglie feudali. Oltre ai centri abitati la Contea di Geraci, in quegli anni, contiene Petralia Superiore e Inferiore, Fisauli, San Mauro, Ypsigro, Gratteri, Castelluccio, Montemaggiore e Bilici. Verso Ovest si configura confinato da montagne a picco poste a guardia delle fiumare.
Cosicchè il gruppo delle Madonie costituisce una “frattura” tra le due Sicilie, quella occidentale e quella orientale. Il dominio madonita appare caratterizzato da una forte omogeneità geografica e da una notevole varietà produttiva (grano, pascoli, riserve boschive).                                                                                   
I Conti di Geraci avevano a Termini Imerese, magazzini portuali che gli consentivano lo sbocco marittimo della loro produzione.
Nel 1283 Geraci contava circa 100 fuochi (case). Nel 1322 la Contea forniva una rendita in cereali di circa 3000 salme (unità di misura), fra frumento e orzo; 1000 onze in denaro; 13 mandrie (ovini, Bovini, suini), vigne, oliveti etc. Nel 1336 produceva una rendita di 1500 onze (moneta) circa il 7% dell’intero reddito feudale del Regno.
La Contea era amministrata da “curatoli e Camerari”.
I Ventimiglia ebbero una politica capace di assicurare lo sviluppo e il controllo delle zone demaniali.
Per quasi  tutto il 1400 l’interno della Sicilia appare abbandonato alla pastorizia, nelle mani di grossi allevatori dei Nebrodi e delle Madonie.
Nella seconda metà del ‘400, grazie ad una maggiore utilizzazione delle fasce costiere e dell’entroterra immediato, l’agricoltura era riuscita meglio della pastorizia a soddisfare le esigenze alimentari causate dall’incremento demografico. Ma nelle zone interne, ancora tra la fine del medioevo e l’inizio dell’età moderna, la granicoltura stentava a decollare, per scarsa mano d’opera, prezzi bassi, costi del trasporto molto esosi, crisi del patrimonio bovino, contrasti tra contadini e pastori etc. Solo verso la fine del XV secolo questi rapporti cominciarono a modificarsi. L’aumento della popolazione e il venir meno di alcune condizioni portarono le zone interne e la Sicilia ad una maggiore produzione. Nell’ultimo decennio del 1500 si apre la crisi economica. Già nella seconda metà del ‘400 i Ventimiglia cominciano ad avere problemi finanziari. Nella metà del ‘500 pagavano soggiogazioni e rendite per 2000 onze l’anno che arrivarono a 5000 nel 1566. La crisi porta alla vendita di molti feudi, sino ad arrivare alla costituzione della “Deputazione degli stati”; un Istituto sorto nel 1598 per l’amministrazione dei patrimoni feudali dissestati nell’interesse dei creditori. La colpa di questi dissesti è da attribuire al “Contratto di soggiogazione”, perchè consentiva al ceto feudale di gravare il proprio patrimonio di rendite passive evitandone l’alienazione. Una serie di balzelli nobiliari condussero la feudalità alla crisi profonda (doti di paraggio pagate alle sorelle e figlie, rendite di vita e milizie a favore dei cadetti etc.).
Agli inizi del 1500 nella Val Demone c’era una notevole produzione di olio, e risale a quel periodo la nascita degli immensi uliveti del marchesato di Geraci tra le province di Palermo e Messina. La cosiddetta proprietà promiscua.
Per il Sonnino, la causa della proprietà promiscua era dovuta al fatto che nei secoli scorsi il Marchese allo scopo di arricchire la città e le terre, e per attirarvi maggiore popolazione, dava il permesso a chiunque di innestare gli oleastri e di fare proprie le piante di ulivo.
Lo Sciajno Invidiata fa risalire alla seconda metà del 1500 la data delle prime concessioni per l’innesto di oleastri e ritiene che esse siano la conseguenza di una nuova legislazione. Il Parlamento del 1566 aveva lamentato la penuria di olio di cui soffriva il Regno di Sicilia e ne aveva indicato la causa nell’indiscriminato abbattimento degli alberi di ulivo perchè infruttuosi. Il Vicerè De Toledo vieta qualsiasi intervento sugli ulivi. Successivamente Don Carlo  D’Aragona con una nuova “prammatica”, permette il taglio e la rimonda con l’obbligo dell’innesto degli ulivi entro due anni dall’intervento pena il pagamento di 50 onze di ammenda. Ciò secondo lo Sciajno Invidiata avrebbe convinto il Marchese di Geraci a permettere a chiunque avesse pagato un censo l’innesto di oleastri. Si costituirono così gli immensi uliveti che ancora oggi si possono ammirare nel triangolo che ha per vertice Geraci, Castelbuono e San Mauro Castelverde. Nel 1598 il Marchese di Geraci diventato presidente del Regno, adducendo abbondanza di olio, abrogò le prammatiche precedenti e ne promulgò una sua con la quale permetteva ai padroni di tagliare in tutto o in parte gli alberi di ulivo nella sola Val Demone (con esclusione del distretto di Messina, dove egli possedeva i più estesi uliveti dell’Isola). Oltre a pagare un censo annuo sugli ulivi i coltivatori erano costretti, per il “diritto dei nozzoli” a molire il prodotto esclusivamente nei trappeti del signore, cosicchè le ulive già macerate e messe sotto il torchio non dovevano ricevere che tre colpi di pressione per cacciare parte dell’olio e quindi tutto il rimanente rimaneva a suo vantaggio.
Nel 1785 con il Vicerè Caracciolo fu abolito il diritto dei nozzoli, ma fu subito ripristinato nel 1786 da Caramanico. Solo nel 1811 la vertenza fu decisa a favore dei coltivatori. Nel 1700 gli oleastri venivano innestati per conto del Marchese che si serviva di operai salariati.
Nel 1526 Simone I riscattò da A. Larcan la Baronia di Castel di Lucio che Giovanni III Ventimiglia vendette a G.B.Cluvello nel 1569. Tutto questo giro di vendite e compere danno il senso della forte crisi economica e finanziaria in cui versava la Contea e con essa la famiglia Ventimiglia.
Il 16 marzo 1600 troviamo Geraci e i Ventimiglia nella “Deputazione” perchè gravemente onerata. (memoriale del gabelloto A.Battaglia).
Nel 1661 il Marchese Giovanni IV esponeva alla Corona le gravi condizioni finanziarie in cui versava, per cui intervenne una disposizione regia del 1669 che sospendeva le vendite dello Stato di Geraci, che passava sotto il controllo della Gran Corte di Sicilia.
I dati del 1676 mostrano un marchesato in declino, ingabellato per 6360 onze. Nel 1759 il territorio di Geraci era amplissimo e magnifico di uliveti, vigne, selve di frassino etc. Si produceva la manna e gli ortaggi abbondavano. C’erano boschi a nutrire i celeberrimi castrati, come oggi e come ai tempi del grande geografi “Idrisi” che nel libro di Ruggero ci presenta Geraci come un Borgo spazioso che produceva molta frutta e aveva campi seminativi ben coltivati. Vivevano qui pastori e contadini in numero oscillante tra i 3000 e i 4000 abitanti.     Nel XIX secolo il crollo fu innegabile.