Chiese
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CHIESA DI SANT’ANNA

La chiesetta di Sant’Anna al Castello si ritiene fosse la Cappella Palatina dei Ventimiglia e pertanto la sua storia è strettamente legata alle vicende storiche-culturali del signore di Geraci.

Una lapide marmorea sistemata sotto l’arco del muro di sinistra, scritta in lingua latina della decadenza, ci informa che la Cappella fu costruita dal Conte di Geraci Francesco I Ventimiglia nel 1311 dopo avere ereditato la Contea dal padre Alduino. In essa si legge: “Anno Incarnati Verbi MCCCXI - Nome Indicione - Regnante Domino Nostro Federico III - Excellentissimo Rege Sicilie - Regni Eius Anno XVI - Nos Franciscus Comes Vigintimilii - Yscle Maioris Giracii Dominus Utriusque Petralie - Incepimus Hanc Ecclesiam Beate  Gloriose Virginis... Matris... Edificare

Traduzione: “L’anno del Verbo Incarnato 1311, durante la nona legislatura ( ?) regnante Federico III signor nostro, eccellentissimo Re di Sicilia, nell’anno 16° del suo regno, noi Francesco... di Ventimiglia, signore della maggiore Contea di Geraci e delle due Petralie abbiamo intrapreso ad edificare questa  Chiesa della Madre della Beata Gloriosa Vergine...”

Lascia perplessi l’anno di costruzione della Chiesa, perchè fonti storiche ci dicono che sin dal 1240  la parte frontale del “Teschio di S.Anna”,  dono del Duca di Lorena al bisnonno Guglielmo, fu venerata e custodita nella Cappella Palatina del Castello, già fatta costruire dall’Imperatore Federico II di Svevia - “Cappellam Castri nostri Geracii in Sicilia” ed affidata a “Nicolao Terciario Cappellano sacri palatii nostri”.  E’ probabile che questa di cui trattiamo non è la Cappella Palatina, ma una Chiesa costruita entro le mura del maniero successivamente, quale ringraziamento alla Madre di Maria per qualche grazia ricevuta. Nel 1454 la reliquia fu trasferita definitivamente a Castelbuono. Comunque sia, tutto ciò non toglie nulla alla bellezza della Chiesa. Infatti dai reperti ritrovati nel riattivare le finestre si deduce che la struttura doveva essere un gioiello d’arte.

Degli elementi originali rimasero le basi da cui si partono i costoloni che a forma di “crociera” si riuniscono in due scacchiere nella volta. Le basi sono formate da colonnine con capitelli che a gruppi di tre poggiano nei muri laterali su basi raffiguranti teste di animali e fiori (margherite). Questi elementi erano stati deturpati e nascosti da gessi e calce, adesso ripuliti si presentano in viva pietra.

Non così sono state trovate le quattro colonne, di cui due a forma di spirale, che si trovano ai lati dell’abside. Nell’eseguire i lavori di pulitura si è scoperto che non erano quelli originali, che erano stati rifatti con gesso impastato e canne (i pezzi sono visibili nell’arco di sinistra). Sono state rifatte sullo stesso disegno in pietra di Melilli. Gli intonaci interni furono trovati lisci. E’ stato necessario ripulirli.

Una prima finestra, piuttosto grande a forma rettangolare è stata trovata in alto sul muro interno di destra vicino all’abside. Forse era una apertura comunicante con gli appartamenti del Conte, da dove era possibile assistere alle funzioni religiose. Un’altra finestra è stata rinvenuta al centro dell’abside di stile “gotico”, mentre una terza finestra a forma di occhio di bue si è trovata in alto nel muro del portale centrale. Le finestre sono state restaurate ed evidenziate. Così come tutti gli elementi artistici decorativi, che risaltano in tutta la loro bellezza. Assieme alle finestre sono state restaurate le due “nicchie” collocate ai lati dell’abside.

La pavimentazione è stata rifatta in cotto speciale toscano. L’altare in pietra rustica ben si addice allo stile gotico primitivo della Chiesa.

Il restauro della Chiesa è stato possibile grazie al generoso contributo economico dei nostri emigrati Geracesi in USA.

LE OPERE 

TELA DELLA NATIVITA’ DI MARIA : Il grande quadro, pittura in tela attribuita a Giuseppe Salerno, detto “lo Zoppo di Gangi”, ha una importanza non solo artistica, ma soprattutto religioso-culturale.

La pittura rappresenta la natività della Vergine Maria con delle scene di vita familiare intima e piena di valori umani.  In essa spicca la figura di Sant’Anna, alla quale è dedicata la chiesa. Sant’Anna infatti è raffigurata assisa al letto, da dove può contemplare la sua creatura appena nata, mentre San Gioacchino in una stanzetta attigua sembra assorto in meditazione e preghiera. In basso alcune donne accudiscono la neonata.

In questa chiesa ogni anno si svolgono due manifestazioni religiose : il 26 luglio festa di Sant’Anna e l’8 settembre festa della  Beata Vergine Maria “Bambina”. Per  Sant’Anna si festeggiano le donne in attesa del parto, mentre per la “Bambina” quelle già mamme, le quali offrono agli intervenuti i “ceci” abbrustoliti. Questi ceci in seguito saranno  utilizzati dai  fedeli, che li butteranno sui tetti delle loro case, in occasione di temporali per scongiurare pericoli e danni.

Il fatto che Sant’Anna è ritenuta la protettrice dei partorienti trova un riscontro storico nella vita dei Ventimiglia. La marchesina Isabella moglie di Simone Ventimiglia nel 1457, in ringraziamento a Sant’Anna per il felice parto, aveva affidato a dei valenti artisti la reliquia della Santa perchè la racchiudessero in una ricca composizione composta da un piedistallo e da un artistico mezzobusto d’argento, così come si trova oggi nella chiesa di Sant’Anna al Castello di Castelbuono.

ACQUASANTIERA :  In pietra scolpita. E’ infissa nel muro di sinistra.

CHIESA DI SAN GIACOMO

Si trova nei pressi del Castello. E’ ad una navata con due ampie cappelle laterali. Durante i lavori di restauro (1984) sono state rinvenute varie sovrapposizioni. In un pilastro è stato trovato un affresco raffigurante San Biagio benedicente. L’affresco è  databile al XIV secolo. Il Santo si staglia sullo sfondo scuro, vivacizzato da un pannello di colore verde profilato di bianco.

In alto a destra si intravede una scritta: “S.P.Z.VD. AP. ChIPO.

LE OPERE 

STATUA: In legno, raffigurante San Giacomo. Attribuita a ignoto scultore siciliano, metà del XVI secolo.

 TELA:  Raffigura l’incoronazione della Madonna tra San Giacomo e una Santa con l’Ostensorio in mano. Sullo sfondo sono visibili delle costruzioni, una fontana e un roseto. In alto gli angeli che suonano e il Padre Eterno con il mondo in mano. Nella parte inferiore a destra c’è una iscrizione: “JOSEPH THOMASIUS S.M. HEBNAIOR TORTORICI PINGEBAT 1587.

TELA: Raffigura la conversione di San Paolo : in alto il Signore ; scritto diagonalmente dall’alto verso il basso si legge: SAULE, SAULE, QUID ME PERSEQUERIS?.

In basso San Paolo in abito militare è raffigurato a terra, mentre viene aiutato a sollevarsi da due soldati. Nel margine inferiore sinistro si legge parte di una iscrizione : “DE GALBO CASTRIBONENS 1803”. 

CROCIFISSO : In legno di pioppo del 1300. Si tratta di un’opera della cosiddetta corrente del gotico doloroso siciliano.

Si trova nei pressi del Castello.

CHIESA DI SAN BIAGIO

Ad una navata, con una statua del Santo. 

CHIESA DI SANTA MARIA MAGGIORE

Dagli atti dell’archivio parrocchiale risulta che la chiesa di Santa Maria Maggiore fu consacrata il 16 agosto 1495. Ma la sua costruzione risale a più di un secolo prima e cioè verso la mettà del XIV secolo ; ciò si desume da un attento esame del portale e dalle abbondanti tracce del suo stile originario riscontrate e scoperte durante i lavori di ristrutturazione e ricostruzione effettuati dal 1966 al 1970, a seguito di ordinanze di chiusura al culto del sacro edificio.

Si tratta di uno stile singolare determinato dalla cosiddetta arte “SICULO-ARABO-ROMANICA” A proposito di questa definizione e denominazione è da tener presente quanto riferisce il Prof. Emilio Lavagnino Sovrintendente alle Gallerie di Roma e del Lazio. Si tratta della denominazione che gli storici del XIX secolo hanno assegnato alle manifestazioni artistiche siciliane del periodo romanico. Tale denominazione definisce le manifestazioni di un gusto che risente la dominazione normanna e che non trova esempi fuori della nostra Isola. (Enciclopedia Cattolica - vol. XI° -pag. 540).

La chiesa originariamente non aveva le attuali dimensioni. L’attuale coro non faceva parte della chiesa, ne le navate laterali erano così larghe, ma avevano le dimensioni della mettà della navata centrale. Ciò si è rilevato  nei lavori di rifacimento della pavimentazione.

Dall’arco centrale aveva inizio un rialzo del pavimento ed ivi doveva essere sistemato l’altare principale secondo lo stile e le norme liturgiche dei “Cistercensi” di cui fa fede lo stesso arco centrale, simbolo del trionfo di Cristo sulla morte : infatti la grande Croce pendente raffigurava da un lato il Cristo Crocifisso e dall’altro il Cristo Risorto.

La chiesa in origine non fu chiesa parrocchiale. Cominciò ad esserlo nel 1460. Dagli  atti degli archivi, infatti risulta che il primo Arciprete fu D. Paolo Cuccì morto nel 1472 dopo 11 anni di parrocato. La Parrocchia era San Giuliano.  Nella seconda mettà del 1500, avutosi un incremento consistente della popolazione,  si pose il problema dell’ampliamento della chiesa e nella metà del 1600 Arciprete D.Nicola Giaconia, non solo venne ampliata ma subì un mutamento radicale dello stile, ricorrendo come era di moda allora, ad uno stile composito di barocco primitivo. Così i bellissimi archi a sesto acuto furono distrutti ai vertici , sostituiti da archi a tutto sesto intonacati con gesso e calce. Il tetto con capriate in legno di quercia e castagno locale scomparve al di sopra di pesanti volte a forma di botte ; furono demolite le finestre arabesche di pietra calcarea e sostituite con finestre a forma di mezza luna sempre rivestite da intonaci ; alle basi di queste finestre furono eseguiti grossi e pesanti cornicioni. Per dare posto alle volte vennero però eliminate le catene delle capriate, accorciati i puntoni (monaci) e abolite le saette, lasciando che il pesante tetto esercitasse  una continua ed inesorabile spinta all’esterno. Col trascorre degli anni tale spinta provocò lo sgretolamento delle murature di pietrame al di sopra dei tetti delle navate laterali, provocando numerose lesioni trasversali e longitudinali che nel 1966 raggiunsero proporzioni tali da minacciare il crollo della chiesa. Lo stesso anno, a settembre la chiesa fu chiusa al culto. I lavori di restauro portarono la struttura all’originaria bellezza. In stile barocco sono rimaste le cappelle laterali. Le finestre rifatte sullo stile originario sono diventate ventitrè. Il pavimento è stato rifatto sul modello originario in cotto toscano. L’altare principale in pietra scolpita è stato ricavato da un sarcofago vuoto che si trovava nella seconda cappella laterale di sinistra, sotto la statua lignea di San Pietro.

FACCIATA DELLA CHIESA DI SANTA MARIA MAGGIORE: Originariamente era a uno spiovente, mentre oggi si presenta retta.

Il portale “ogivale” in pietra è originale, mentre l’arco decorativo a sesto acuto, la bifora , il rosone e il cornicione sono stati aggiunti in epoca recente, così come i cornicioni della Torre Campanaria.

Le parti angolari della Torre sono stati rifatti in data A.D. luglio 1827.

Sulla Torre è stato sovrapposto l’orologio pubblico.

LE OPERE - Navata di sinistra:

ACQUASANTIERA: In marmo bianco  con piedistallo. XVI secolo.

Al centro è scolpita una Madonna col Bambino.

CAPPELLA S.LUCIA 

STATUA: In legno. Raffigura S. Lucia V. M.   Secolo XVII.

CAPPELLA MADONNA MAGGIORE 

STATUA: Raffigura la Madonna della Neve. Preziosa testimonianza della scultura siciliana della fine del ‘400. In marmo bianco a fiori decorati.

Sulla base di forma ottagonale è scolpita la Resurrezione;

al centro due volti di angeli da un lato e due stemmi (Marchese e Marchesa) dall’altro.

E’ attribuita a Domenico Gagini.

STATUA: In legno policromo ante 1717.  Rappresenta San Pietro, che regge nella mano sinistra un libro e nella mano destra le chiavi segno del potere attribuitogli dal Divin Maestro. Ignoto scultore napoletano. 

BALAUSTRA: In marmo rossiccio con scritta: nella metà di sinistra: Archipresbiter V.I.D.D. Iacobus Barreca. Anno D.ni  1704. Nella metà di destra: Procurator M.r/C Cassata Fecerunt Mar Petrus Ieraci et Mr. Philiph  Carancione Pano.ni.

CAPPELLA DELL’IMMACOLATA: Tardo settecentesca. Decorata dall’artista siciliano Francesco Lo Cascio di Motta D’Affermo. (doc. 1788).

STATUA: Raffigura l’Immacolata. Ignoto scultore siciliano. Sopra la nocchia su gesso si legge: TOTA PULCRA ES ET MACULA NON EST IN TE.

TELA: Raffigura un prelato inginocchiato davanti alla Madonna e sullo sfondo un santuario ed una processione. Si tratta di San Alfonso de Liguori. Nel margine inferiore destro si legge: 1797.

URNA: Contenente reliquia e statua di S. Vincenzo Martire. Si tratta di un reliquiario del IV°sec. Di fattura spagnola che si trovava sotto l’altare principale della Chiesa del Convento dei  Cappucini di Geraci.

QUADRO: Rappresenta la Madonna delle Grazie. Si tratta di pittura su lamiera del XVII secolo. Proviene dalla Chiesa di S. Stefano.

CAPPELLA DEL SS. SACRAMENTO

ALTARE: In marmo policromo.  Balaustra marmorea di Salvatore ed Angelo Allegra marmorai palermitani. 1782.

Opere: Navata di destra:

STATUA. Raffigura la Madonna delle Mercede. In marmo bianco a fiori oro. Databile intorno ai primi decenni del XVI secolo.

Sulla base ottagonale è scolpita la Resurrezione, al centro due volti di angeli e due stemmi dall’altro. (Il marchese e la marchesa).

Il piedistallo anch’esso di marmo mostra scolpito sulla  facciata Gesù con i dodici apostoli. E’ attribuita alla scuola del Gagini. Oggi è stata collocata all’ingresso della chiesa. 

RESTI DEL PAVIMENTO ORIGINARIO: A mattono ottagonali in terracotta. Ogni mattone risulta formato da una mattonella centrale quadrata e da quattro losanghe. Portati alla luce durante i lavori di rifacimento della chiesa.

Si trovano sotto la scala di accesso al campanile.

FONTE BATTESIMALE: In pietra bianca. E’ formato dal piede e dal fonte vero e proprio. Attorno al piede sono scolpite due teste di uomini e due teste di donne, forse divinità pagane. Nella parte estrema del fonte sono scolpiti “L ‘Agnus Dei, La Madonna col Bambino, il Battessimo di Cristo”.

Datato primi decenni del ‘500. Attribuito alla bottega di Domenico Gagini.

TELA: Raffigura il Battesimo di Gesù. E’ stata dipinta dal pittore Luigi Maniscalco per il venticinquesimo anno di Sacerdozio di Don I. Giaconia Parroco di Geraci.

CAPPELLA DELLA MADONNA DELLE ROSE: Decorata dall’artista siciliano Francesco Lo Cascio. (doc. 1788).

TELA: Raffigura la Natività. Nel Margine inferiore sinistro si legge : JOSEPH DE GALBO CASTRIBONI PINXIT 1788.

TELA: Raffigura la visita della Madonna a S. Elisabetta ; si vedono anche due figure di uomini : forse S. Giuseppe e Zaccaria.

Si vede pure una figura femminile. Nel margine inferiore a centro si legge : DIE XII AUGUSTI XI EGO PRESBITER D.JOSEPH CARBONA HOC OPUS FIERI FECI A:D: 1651.

Committenti I Ventimiglia. (Vedesi stemma).

TELA CENTRALE: Raffigura la Madonna del Rosario. La tela è circondata da 14 pannelli in legno raffiguranti i misteri del rosario: Gaudiosi a sinistra in basso; Dolorosi a destra in basso; Gloriosi in alto a sinistra e destra.

L’ultimo mistero glorioso è rappresentato dalla tela principale. Tutto sormontato da una scritta su stucco : SICUT DIES VERNI CIRCUNDAVANT EAM FLORENS ROSARUM ET LILLA CONVALLIUM 1781.

CAPPELLA DEL PURGATORIO: In essa si riscontra la più antica decorazione a stucco. Presumibilmente è stata decorata da Francesco Alaimo nei primi anni del settecento (doc. del 1749).

TELA: Raffigura S. Agata. Nel margine inferiore si legge: S.Agata V.M.P.A. Proviene dall’ex convento dei Cappuccini.

TELA: Raffigura il Purgatorio con anime espietanti, anime che stanno per essere salvate e al centro la Madonna con Cristo deposto e angeli con gli strumenti della crocifissione.

TELA: Raffigura S. Cristina. Nel margine inferiore si legge: S. Cristina V.M. proviene dall’ex convento dei Cappuccini.

BALAUSTRA: In ferro battuto con motivi floreali. Stile barocco:

CAPPELLA  S . GIUSEPPE

STATUA: San Giuseppe con Gesù Bambino  in legno 1771. Ignoto scultore napoletano.

TELA: raffigura la Madonna del Carmelo. Nel margine inferiore si legge: 1798.

LAPIDE: Formata da tre parti. Quella centrale con stemma riproducente nella metà destra un albero con un uccello; nella metà di sinistra un cavaliere armato a cavallo che attraversa un ponte: sotto si legge: OBIT AN ETATIS UAE 64 6° MAI 1683. Nella parte di destra si legge: UT CONTRA ETRUSCOS IN PONTE HORATIUS OLIM VICTOR PONTORNUS SIC EQUES ISTE FUIT. Nella parte di sinistra si legge: MAUSOLEUM HUC TUMULU STRUXIT FRA C. AVARUM AEGRE URNIS PARVIS OSSA MANERE FERENS. Tutta la lapide è circondata da una cornice a motivi floreali con quattro putti agli angoli.

CAPPELLA DELL’ANNUNZIATA 

ALTARE: In marmo policromo. Eseguito da Salvatore Durante da Palermo nel 1913. Autore e data risultano da una lapide situata sul lato destro dell’altare.

CORNICE DEL QUADRO DELL’ANNUNZIATA: Proveniente dall’ex Convento dei Cappuccini. In legno di noce e cipresso con motivi a foglie, fiancheggiato da due finte colonne sormontate da una TRABEAZIONE.

TELA DELL’ANNUNCIAZIONE: Di autore ignoto, raffigura la Madonna in ginocchio che riceve la visita dell’angelo Gabriele. Proveniente dal “PRIORATO DELLA CAVA” (1500 circa). Fu prelevata e portata a Geraci nel 1837.

CORO E SANCTA SANCOTRUM 

ALTARE: Ricavato da un sarcofago. Ai lati si notano figure di leoni alati con teste umane in basso rilievo. In pietra bianca. Del 1511.

LEGGIO: A forma di aquila scolpita in legno alla cui base si legge: 1768.

AMBONE: Ricavato da parti di balaustre formato da tre colonne. Del 1710. Nella colonna di sinistra si legge: “SAC. D.IOANIS VINCENTIUS GRECO PROC. - FECIT MAGIST. PETRUS JERACI PANORMITANUS.”

Nella colonna centrale: “ARCHIPRE. V.I.D.D. JACOBO BARRECA ANNO D. 1704.”

Nella colonna di destra: “FECIT MAGIS. A. PHUS CARANGI OHE PANORMI.”

ORGANO MECCANICO:  Veneziano. 1686. Prospetto originale con pitture. Ampliato con due tastiere con più di mille canne. (1988).

TELA DELL’ULTIMA CENA:  Raffigura il Cenacolo con i dodici Apostoli. Si trova nel Presbiterio. E’ attribuito al Salerno. Proviene dall’ex Oratorio della Confraternita del SS. Sacramento.

CORO: In legno con pannelli dipinti. Comprende diciannove posti a sedere di cui dieci nell’ala sinistra e nove in quella destra, divisi uni dagli altri da braccioli intagliati con motivi floreali e figure d’Angeli sormontate da una voluta, terminante con testine. I pannelli, quindici nell’ala sinistra, raffiguranti la Vita della Madonna e quattordici nell’ala destra, raffiguranti la Vita di Gesù, sono divise da colonnine scanalate con il terzo inferiore intagliato a motivi floreali. Al di sopra delle colonnine, teste di Angeli reggono il cornicione. Quattro colonnine dell’ala destra sono state rifatte. In ogni pannello si individua un nome, forse, dell’autore. Il Coro è stato realizzato dal Maestro lignaro Antonino D’Occorre (o in dialetto Occurri o Accurri)  di Mistretta su commissione dell’arciprete Giovanbattista Notarerrigo, che   lavora per fare “li banchi e li sedie del Coro dalla fine del 1644 a tutto il 1650”. Le pitture, si ipotizza siano state realizzate dal pittore Giovan Battista Damasco nel 1652, anno in cui aveva affrescato parecchie cappelle della Madrice tra cui quella della “Madonna”. Lo stesso documento rinvenuto nell’Archivio Parrocchiale di Geraci ci informa  che il pittore ha dipinto “lo frixo” dentro il Coro. Le ricerche documentarie rilevano la notizia di un restauro  nel 1676 e nel 1790. Nel 2010 il  Coro è stato restaurato riportando alla luce le magnifiche pitture presenti in ogni scranno.

TERZO PANNELLO DELL’ALA SINISTRA DEL CORO:  Raffigura la Madonna in trono col Bambino, circondata da Angeli che reggono una scritta: “BEAT VIRGINIS MARIAE MATRICIS ECCLESIAE 1680”. In basso a sinistra si legge: “D.O.M. MARIANUS FRAXANO AETAT .... “ probabilmente il nome dell’Arciprete che commissionò il coro. 

VIA CRUCIS:  Stampe in carta telata. Databili 1800.                              

CAPPELLA S. GAETANO 

TELA: Raffigura S. Gaetano ai piedi della Madonna col Bambino.

TELA: Raffigura S. Agostino Vescovo con ai due lati due Angeli. Nel margine inferiore destro si legge : “F. CEL: ANG: P 1734”. Trovasi sopra la scala che porta ai sotterranei della chiesa.

SAGRESTIA 

DECRETO DI CONSACRAZIONE:  1496. 

ACQUASANTIERA: In marmo bianco. Vi è scolpita una mano che la sostiene. Sull’orlo si legge: “PETRO DETENAS”.

TELE: Due piccole tele settecentesche raffiguranti San Bartolo e San Giacomo. Una tela piccola ovale del ‘700 raffigura San Giuseppe.

TELE DEGLI ARCIPRETI: Ben visibili si notano  quindici tele su ventisei degli Arcipreti che si sono succeduti dal 1461 data di inizio delle attività parrocchiali, al 1958.

MUSEO ARTE SACRA

Dalla  sagrestia si accede alla cripta dove è esposto il tesoro. La prima sistemazione del tesoro si deve all’arciprete Don Isidoro Giaconia e alla prof.ssa Lucia Ajovalasit Columba. Nel 1995 si è  proceduto ad un riordino dei materiali e ad una nuova esposizione promossa dall’Assessore alla cultura Beniamino Macaluso, voluta da  Don Gaetano Scuderi e curata dalla prof.ssa Maria Concetta Di Natale che, adottando il criterio espositivo cronologico, consente al visitatore di notare come attraverso i secoli cambino tipologie e stili.

Nel tesoro sono esposti tutte le più importanti suppellettili liturgiche d’argento della Chiesa Madre di Geraci, nonché numerosi pregevoli paramenti sacri finemente ricamati. Ricerche d’archivio hanno fornito ulteriori notizie su questi tesori d’arte. Già nel 1499 si ha notizia che un certo Giuliano Cuchi lascia ben cinquanta onze per l’acquisto di una “casubula” per la Madrice. Così risulta da uno dei primi inventari dei beni mobili delle Chiese di Geraci Siculo del 1576 redatto da Pietro Albanese e Pietro Di Fazio procuratori della Chiesa di S. Stefano che tra le suppellettili liturgiche di questa Chiesa si trova una mano d’argento con la reliquia e la palma d’argento, nonché “tri calici dui di argento e uno con li pedi di ramo con soi patene”. Un inventario del 1584 redatto dall’arciprete Antonio Scacciaterra,  elenca i beni mobili della Chiesa Madre, del Monte di Pietà e delle Chiese di S. Maria La Porta, di S. Bartolomeo, di S. Stefano e di S. Giacomo. Merita di essere menzionato un calice del 1506 realizzato dall’argentiere palermitano Iacobo de Landi. Un altro inedito documento del 1586 permette di rilevare che il frate francescano P.Antonio Granata consegna una reliquia di San Bartolomeo al marchese di Geraci Giovanni Ventimiglia. Dagli inventari effettuati dai procuratori pro-tempore, si può dedurre come  la storia delle suppellettili liturgiche d’argento, dei volumi membranacei, dei paramenti sacri della Chiesa Madre e delle diverse Chiese di Geraci è legata a quella dei diversi arcipreti succedutosi nel tempo. (la descrizione degli inventari ci fornisce senza volerlo date, autori, materia e prezzo delle sculture lignee, degli argenti, degli stucchi, delle opere in ferro battuto, dei parati sacri, degli edifici, degli organi a canne, dei libri liturgici etc.).  Interessante è stato il rinvenimento di una carta tardo-duecentesca con l’accattivante figura di un imperatore. La carta contiene il testo tra la fine del X libro e l’inizio dell’XI del “Codex Iustinianeus. La figura di Giustiniano è rappresentata nei modi usuali della miniatura di età tardo-federiciana.

Tra le opere più significative è l’ostensorio d’argento dorato, finemente sbalzato, cesellato e inciso, con teca in cristallo di rocca, dalla base polilobata, tipica dell’epoca, ornata da smalti policromi, opera dell’orafo toscano Pino di San Martino da Pisa del XIV secolo. In origine doveva trattarsi di un reliquario, trasformato in seguito in ostensorio, donato da Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, come attesta l’iscrizione: “Hoc opus fecit fieri magnificus et potens Franciscus de Ventimilia comes, hoc opus fecit Pinus Santi Martini de Pisis”.

Sono poi presenti nel tesoro, tra le opere più caratteristiche, diversi calici quattro-cinquecenteschi della tipologia definita da Maria Accascina “madonita”, caratterizzati da base polibata e carnose foglie di cardo sotto la cappa, alcuni recanti il più antico marchio della maestranza degli orafi e argentieri di Palermo l’aquila con ali a volo basso e la scritta RUP (Regia Urbs Panormi).

Si ricorda ancora il reliquario architettonico che culmina con la figura di San Bartolomeo patrono di Geraci, opera di argentiere palermitano del XVI secolo caratterizzato da guglie e pinnacoli goticheggianti, come quello di san Giuliano dell’omonimo monastero.

Pure a maestro palermitano si deve il repositorio datato 1520 che reca l’immagine del Cristo in Pietà tra due angeli.

Tra gli altri reliquiari cinquecenteschi, sempre dovuti ad abili argentieri palermitani, sono quello del legno della croce, ove il Cristo è posto tra le figure dei dolenti site su due candelabri laterali e quelli antropomorfi, a forma di mano, in riferimento alla reliquia che contengono, dei Santi Bartolomeo, Stefano e Lorenzo. Tra i reliquiari seicenteschi si ricordano quelli floreali di Santa Rosalia e di San Sebastiano, dovuti a maestri palermitani, come pure la Pace raffigurante Cristo Risorto tra l’Immacolata e san Bartolomeo del 1653. Nel tesoro sono ancora suppellettili liturgiche barocche e rococò tra cui emergono taluni ostensori a raggiera come quello del 1784, dovuto ad argentiere messinese, che reca alla base le simboliche figure delle virtù teologali: Fede, Speranza e Carità. Sono pure esposti alcuni gioielli siciliani, donati dai fedeli come ex-voto ai Santi protettori. Il panorama si conclude con l’argenteria sacra del periodo neoclassico.

CHIESA DEL COLLEGIO DI MARIA

Il  Collegio di Maria sorse nel 1738, primo della Diocesi di Messina, con licenza del prelato don Tommaso de Vichel. Ebbe vita molto difficile. Nell’anno di fondazione vennero a Geraci dal Collegio di Maria di Monreale due maestre fondatrici : Suor Marianna Viviano, poi eletta Superiora ed M. Gioacchina Vitale, poi Vicaria. Le prime convittrici entrarono il 6 luglio del 1738. Il 26 luglio dello stesso anno, festa di Sant’Anna fu portato con solenne processione dalla chiesa madre al Collegio di Maria il SS. Sacramento.  La chiesa  è ad una navata in stile barocco. E’ stata restaurata nel 1976. Facciata in pietra  marmorea del 1700.

OPERE 

ISCRIZIONE: Su gesso. Si trova nel soffitto. Vi si legge:  “VENITE FILII, AUDITE ME : TIMOREM DOMINI DOCEBO VOS 1774”

TELA:  Raffigura la Madonna del Rosario. Secolo XVII.

TELA: Raffigura la natività. Nel margine inferiore sinistro si legge: “ANNO DOMINI 1651 D. MARIANUS FRAXANO ARCH. ETATIS ANNI XXXVII SUIS SUMPTIBUS HOC OPUS FIERI FECIT. Proviene dalla chiesa madre.

TELA DELL’ABSIDE: Raffigura l’incoronazione della Madonna da parte della SS. Trinità. 1774.

VIA CRUCIS: Stampe inglesi.

PALIOTTO ALTARE MAGGIORE: Fondo rosso ricamato a motivi floreali multicolori. Al centro il simbolo di Maria. Una Emme con corona. 

TELA: Raffigura la Madonna del Carmelo. Nel margine inferiore si legge : “ SAC. JACOBUS DOMINA BENEFACTOR D.O.M. 1785.

ALTARE: In legno con intarsi.

CROCIFISSO: Dipinto su legno. Secolo XVII.

STATUA: raffigura S. Michele Arcangelo. Scultura lignea policroma della metà del XVII secolo. Ignoto scultore siciliano.

Ogni suora del Collegio di Maria ha nella propria cella un “Bambinello” in cera con culla. Alcuni sono del 1700 ornati con coralli e trine di fattura artigianale locale.                            

CHIESA DI SANTO STEFANO

Provenienti dalla Via Nazionale, imboccando Corso Vittorio Emanuele, una volta Via del Progresso, sulla sinistra si incontra una bellissima chiesa. E’ la chiesa di Santo Stefano a “croce greca irregolare con un campanile a conci colorati.” Unico esempio nelle Madonie.  Ha funzioni di “Auditorium”. La chiesa non gode di studi o particolari citazioni. E’ una struttura che risale al primo seicento. Mostra una spazialità interessante precorritrice di tipologie del maturo barocco isolano. Il dipinto raffigurante il Santo di Giuseppe Salerno è una opera che viene ad allargare l’orizzonte della pittura della Sicilia Occidentale del primo ‘600. Si tratta di un inedito.

STATUA: Rappresenta Santo Stefano con in mano il segno del martirio (a destra) e il Vangelo a sinistra. Protomartire. Sec. XVI. Abito talare con disegni floreali. Restaurata dalla Soprintendenza nel 1986.

TELA:  Ad olio. Raffigura Santo Stefano e la storia del suo martirio. E’ attribuita a Giuseppe Salerno (Zoppo di Gangi). In alto si vede la Trinità: Padre - Figlio - Spirito santo. Sotto la trinità ci sono tre Angeli: due a destra e uno a sinistra che incoronano il Santo. L’Angelo di sinistra porta una bandiera con la scritta “PROTOMARTYR”. Un angelo di destra porta tre pietre nella mano destra segno del martirio e dei fiori nella mano sinistra ricadenti sul petto. Il terzo angelo porta la “Palma del martirio” e tre corone di cui una bianca, una rossa e una dorata. Al centro della tela c’è il Santo vestito con una veste bianca e una tunicella rosso-gialla. Dal volto del Santo verso la Trinità si nota una scritta “DOMINE DE STATUES ILLIS HOC PECCATUM”. Attorno al quadro diviso in quadretti, c’è la storia del martirio del Santo.  Nella parte inferiore della tela si legge: “ HOC OPUS FIERI FECIT P. SBITER  GREGORIUS JACUNI ELEMOSINIS FIDELIUM 1609”.

MONASTERO SANTA CATERINA V.M. 

Benedettine cassinesi. Le origini di questo Monastero sono collegate a una Congregazione di “Donne ritirate” che avevano la loro abitazione presso la prima chiesa madre del Paese dedicata a San Giuliano. Ciò è attestato da una richiesta alla Curia Arcivescovile di Messina per l’erezione di un altare in onore di San Lorenzo martire in data 21 aprile 1492, mentre nel 1495 ci fu un’altra richiesta per la costruzione della “ Pinnata di San Pancrazio”.  Il 26 ottobre 1498 Antonio Mortellens vicario generale dell’Arcidiocesi di Messina emana la “bolla” di fondazione. Il 25 maggio 1533 l’Arciprete della nuova chiesa madre G. Lombino cede alle suore la chiesa con i benefici annessi, e si impegna alla continua assistenza spirituale delle suore, nonchè alla partecipazione di tutto il clero e il popolo per la solennità del titolare della chiesa, per i riti del “Giovedi” Venerdi, Sabato santo e il Corpus Domini”. Molti paramenti ricamati in oro e argento portano la data del 1751. E’ di questo periodo la donazione in perpetuo di acqua corrente per il giardino fatta dal Marchese di Geraci. Nel 1818 le suore si rifugiarono in campagna a causa del terremoto che danneggiò il monastero. Nel 1866 il monastero in seguito alla soppressione degli ordini religiosi perse tutti i beni immobili, che nel 1909 furono ricomprati dal Vescovo di Cefalù e riconsegnati alle suore. Nel 1959 ottenne il riconoscimento di Ente Morale. Al suo interno sono conservati atti e documenti interessanti, così come opere d’arte di notevole valore.

OPERE 

RELIQUARIO DI SAN GIULIANO: Con alla base sculture di santa Caterina e della Vergine ; in alto il Cristo Risorto. Il tutto realizzato con l’argento del monastero.

STATUA: In marmo. Raffigura Santa Caterina con, nel piedistallo, sculture in marmo della flagellazione di Gesù, di San Benedetto, di Santa Scolastica, San Giuliano e Santa Lucia, opera di Giuliano Di Marino da Palermo.

ORGANO: opera di Giacomo Andronico da Palermo. 1765. Ristrutturato recentemente.

QUADRO DI SAN GIULIANO E SAN PLACIDO :  1654.

CHIESA DI SAN ROCCO

Del XIV secolo. Ad una navata, adiacente alla Porta Baciamano. E’ una delle chiese più antiche di Geraci. Da segnalare, all’interno della Chiesa,  le  mensole lignee trecentesche. 

OPERE  

STATUA: In legno. Raffigura San Rocco. Metà del XVII secolo. Ignoto scultore palermitano.

TELA: Ovale. Raffigura la Madonna della Catena.

CHIESA SAN FRANCESCO D’ASSISI

E’ ad una navata. Si trova nella Piazza di Sant’Antonino. Restaurata nel 1987.

OPERE 

TELA: Raffigura la Madonna del Lume. 1757.

STATUA: In legno. Raffigura S. Antonio di Padova. Ignoto scultore dell’ambito del Quattrocchi. Fine XVIII secolo.

STATUA: raffigura S. Francesco.

TELA: Raffigura il transito del Patriarca San Giuseppe amorevolmente assistito da Maria SS. 

STATUA:  Raffigura la Madonna col Bambino. Scultura lignea policroma del XVI secolo. Ignoto scultore d’ambito gaginiano.

CROCIFISSO:  Ignoto scultore siciliano. Metà secolo XVII. In stile barocco.

CHIESA DI SAN GIULIANO

Annessa al monastero delle Benedettine, ed è a una navata. Gli stucchi decorativi sono stati realizzati dal palermitano Francesco Alaimo (1749). Rifatti nel XX secolo. Esisteva prima del 1495, anno in cui cessò di essere “Parrocchia”. Sul soffitto si legge: “ECCLESIAE MAJOR HYERACI OLIM PAROCHIALIS S.IULIANI”.

Fu restaurata una prima volta nel 1819 in seguito ai danni subiti nel terremoto del 1818. Del 1859 è l’altare maggiore lavorato in legno da Gaetano Durante da Palermo. Tutto il pavimento e gli altari laterali sono stati rifatti nel 1964 per munificenza di Don Giacomo Scancarello che per 32 anni aveva assistito spiritualmente le suore. 

OPERE:  A sinistra:

STATUA: Raffigura San Lorenzo. In legno. 1492. Indorata nel 1631 e 1764.

TELA: Rappresenta l’Annunciazione della Madonna. 1755.

A destra:

STATUA: Raffigura San Giovanni Evangelista. In legno. Restaurata e indorata nel 1764. Preziosa icona del  tardo seicento.

TELA: Raffigura San benedetto, Santa Scolastica, San Mauro e San Placido primi discepoli di San Benedetto. Nel margine inferiore destro si legge : “GIOV. PRATRICOLO P.NEL 1834 - SOTTO IL GOVERNO DI D.M. PAULA ALBANESE ABBADESSA” :

ALTARE: In marmo con quattro colonnine doriche. Nella parte sottostante un urna con il simbolo di San Benedetto.  Tabernacolo in marmo con agnello dell’Apocalisse con i sette sigilli.

PULPITO:  In ferro battuto del 1652.

ALTARE SAGRESTIA: In legno. 1700. Con cinque pannelli colorati raffiguranti : San Gertrude, San Agnese, Redentore, Santa Cecilia, Santa Scolastica. Di impronta tardo-manierista. Il dipinto si può ascrivere tra il XVIII e l’inizio del XIX secolo. Una cultura riconducibile agli esiti pittorici di un artista quale Filippo Randazzo e/o del suo allievo Ottavio Volante.

VIA CRUCIS: Stampe inglesi del 1700.

CHIESA DI SANTA MARIA LA PORTA

Costruita nel 1496 come si deduce dalla data scolpita sul portale. E’ ad una navata a croce latina, con il soffitto ad affreschi raffiguranti quattro scene bibliche dell’antico testamento.

E’ probabile che abbia inglobato nel suo seno una piccola cappella già esistente.

L’originaria porta di ingresso, come si può vedere ancora dall’arco che la sovrasta, era a nord. Oggi si entra dalle due porte laterali e dal portale centrale. E’ stata restaurata  con diversi interventi a partire dal 1974. Durante i lavori di restauro del campanile e della sagrestia è stato scoperto sull’architrave di una finestra che porta alla torre campanaria, un crocifisso deposto dalla croce riccamente scolpito in legno. Oggi è prevista una nuova e suggestiva sistemazione dell’area adiacente.

La chiesa prende il nome di S.Maria La Porta perchè collocata in corrispondenza di una delle porte che chiudevano  Geraci al tempo dei Ventimiglia.

PORTALE: In marmo bianco. Ha sull’architrave tre medaglioni tondi. In quello centrale è raffigurato l’Eterno Padre; in quelli laterali l’Annunciazione. Sopra l’architrave sei visi di angeli sono sovrastati da una Madonna col Bambino e quattro  angeli racchiusi in un semicerchio. Una croce sormonta tutto il portale il quale è fiancheggiato da due colonnine riccamente scolpite.

Alla base degli stipiti sono rappresentati  la creazione di Adamo ed Eva e il peccato originale. Oggi si presenta corroso dalle intemperie. Da notare i due stemmi dei Ventimiglia committenti, Simone e Isabella marchesi di Geraci. (verosimilmente Simone I, signore di Geraci dal 1500 e vicerè di Sicilia nel 1516, che sposò Isabella Moncada, governando fino al 1540).

La studiosa d’arte madonita Maria Accascina assegnava il portale alla  collaborazione di  Giovannelo Gagini con Andrea Mancino. Quest’ultimo è presente nel “Privilegium pro marmorariis et fabricatoribus  emanato il 18 settembre del 1487 dalla municipalità di Palermo, essendo attivo in città tra il 1487 e il 1493. La studiosa rapporta il portale di Geraci a quello della chiesa Madre di Mistretta. Molte affinità sono presenti tra le due opere: i capelli, la barba, il panneggio, le ghirlande d’alloro, le testine alate dei cherubini etc. tutte caratteristiche dell’arte di Domenico Gagini riprese dal Vanella e dal Mancino.

Studi recenti hanno quindi attribuito il magnifico portale alla collaborazione di Andrea Mancino con Antonio Vanella  artisti  il cui stile si fa derivare da Domenico Gagini. A confortare l’attribuzione è ancora il confronto delle ampie pieghe delle maniche della veste della S. Lucia e della Vergine del portale di Mistretta, così come di quella della Vergine del portale di Geraci con quello della Vergine del gruppo del presepe nella chiesa dell’Annunziata a Termini Imerese riferito ad Andrea Mancino, cui rimanda anche il manto di S. Agata del portale di Mistretta e quello della Madonna con il bambino della chiesa Madre di Caccamo commissionata nel 1499 ai due artisti.

Risale al 1496.

OPERE 

POLITTICO: In marmo dipinto. Rappresenta al vertice Dio Padre; sotto al centro la natività, ai lati l’annunciazione; nella parte sottostante al centro la presentazione di Gesù al tempio, nella parte inferiore i dodici apostoli, e ai lati il Marchese e la Marchesa di Geraci.

E’ attribuito a Giuliano Mancino e bottega e ad Antonio Vanella. Secolo XVI. 

STATUA: Raffigura la Madonna della Porta con il Bambino. Attribuita a Domenico Gagini e bottega.  Datata 1475. 

CROCIFISSO: Scultura lignea del XVII secolo. Si attribuisce alla scuola di Frate Umile Pintorno. Nel 1625 la scultura fu “incarnata” da pittori di Castelbuono. 

AFFRESCHI:  Nella parete di sinistra si trovano tre affreschi raffiguranti  il Battesimo di Gesù,  San Francesco di Paola,  Sant ‘Agostino.

TELE: Nella parete di destra si possono ammirare due tele : San Vincenzo Ferreri del 1757 e il martirio di San Bartolomeo del secolo XVII. 

STATUA: Raffigura Sant’Onofrio orante. Presumibilmente del XV/XVI secolo.

STATUA:  Raffigura Gesù morto dentro l’urna. Viene portata in processione il Venerdì Santo.

STATUA:  Raffigura S. Sebastiano. Scultura lignea policroma. Metà del XVI secolo. Ignoto scultore siciliano.

ACQUASANTIERA:  In marmo bianco del XVII secolo.

AFFRESCO: Sotto l’altare del Crocifisso ligneo è stato rinvenuto un affresco raffigurante la “deposizione di Gesù”. Secolo XVIII.

CROCIFISSO: Sull’altare maggiore è ben visibile una scultura del XV secolo. In marmo bianco greco. Raffigura la crocifissione. Nella estremità superiore si nota un pellicano. Alla base della croce si nota a destra la Maddalena e a sinistra Maria di Salone.

AFFRESCO: Raffigura la Madonna in trono col Bambino. Di autore ignoto - sec. XV. L’opera evidenzia lo stretto rapporto tra la cultura gotica internazionale e l’arte spagnola divenuta dominante a partire dal 1415 in una Sicilia crocevia di artisti valenziani, catalani e aragonesi.

L’affresco era situato originariamente in una edicola o cappella di dimensioni ridotte, successivamente e forse nella seconda mettà del secolo XV, quando fu costruita la Chiesa per altro ampliata in vari tempi, la porzione del muro in cui era addossata venne in questa inglobata, assumendo la collocazione attuale, all’interno di quella che era un tempo la parete di ingresso della chiesa.

L’affresco era collocato  in posizione elevata rispetto al piano  della cappelletta cui apparteneva.

Interessante è il baldacchino traforato con disegni della carpenteria tardo-gotica, sormontato negli spigoli da piccole figure di uccelli, forse colombe, aventi la funzione di affiancare una piccola testa dell’Eterno. Ai lati del lobo corre una iscrizione in due righi, oggi in gran parte cancellata : si legge in quella di destra: .... “GLIA AGNOLA,  e in quella di sinistra: PATRIA (Patris) e a destra la prosecuzione maiestatis. Nella parte inferiore del trono è presente un motivo decorativo ad intarsio. Stabilire la qualità originaria dell’immagine è difficile. La Paolini, notando gli echi di cultura spagnoleggiante, ha rilevato affinità stilistiche con un dipinto di analogo soggetto collocato su una colonna del Duomo di Cefalù e con quello della chiesa di San Pietro di Piazza Armerina. Tuttavia, sempre presente appare il timbro orientale che testimonia una derivazione da codici a carattere bizantineggiante. 

CHIESA DI SAN BARTOLO

Si trova nell’omonima Piazza alla periferia del Paese. La tradizione vuole che questa Chiesa divenne provvisoriamente “Sepolcreto” dei Ventimiglia. Vi fu sepolto Francesco I Ventimiglia nel 1338. Ma il vero Pantheon di famiglia fu realizzato a Castelbuono nel XV secolo.

E’ probabile che la Chiesa fosse preesistente al 1338 perché riporta nel suo impianto originario elementi architettonici che afferiscono agli impianti chiesastici medievali.

Il suo orientamento lungo un asse occidente-oriente cioè con un abside circolare ad oriente e un pronao d’ingresso sottostante la torre campanaria ad occidente, ricorda la caratteristica dell’impianto normanno.

Formata da un vano al quale era attaccata nel lato Ovest una torretta poggiante su quattro pilastri, due dei quali in pietrame misto a calce viva e due in pietra squadrata, forse residuo di un arco trionfale romanico.

Tutto ciò si desume da una finestra in stile rabesco posta sul lato sud e da un’altra finestra di osservazione ormai chiusa, visibile dalla torretta dal lato nord. Nel XV secolo il sepolcreto fu prolungato nella parte anteriore e sollevato assieme alla torretta.

La chiesa è ad una navata. La costruzione originaria era più arretrata come è facile  dedurre dalla presenza nella parte superiore di un arco e di due finestre al di sopra di una costruzione più bassa e più avanzata rispetto a tutto il resto, che serviva da riparo ai pellegrini. La chiesa fu ampliata nel 1775; abbellita e decorata nel 1794 con finissimi stucchi in stile composito barocco, dagli artisti Francesco, Clemente e Rocco Lo Cascio. (doc. 1794). Ristrutturata nel 1978.  L’altare è formato da un tavolo di castagno antico. Il pavimento era in cotto locale. Oggi è in marmo.

OPERE 

FONTE.  Si trova all’ingresso. Reperto proveniente dal chiostro agostiniano del secolo XIV. L’artistica scultura contiene  un piccolo bassorilievo di San Bartolomeo. 

POLITTICO: In pietra marmorea bianca di Comiso. In bassorilievo, tranne una Madonna in trono con il Bambino. San Giacomo e San Bartolo che sono statue. Al Vertice è raffigurato il Padre eterno con il mondo in mano ; nella parte sottostante, al centro la pietà con le tre Marie. (Maria SS ., Maria di Magdala e Maria di Cleofe). Ai lati in due medaglioni l’Annunciazione : A sinistra l’angelo e a destra la Madonna. Nella parte centrale al centro la Madonna in trono con Bambino ;  a destra San Giacomo e a sinistra San Bartolo. Sotto le statue dei Santi il loro martirio. Nella parte inferiore al centro la natività ; a destra San Paolo e a sinistra San Pietro. Ai due lati il Marchese e la Marchesa di Geraci. (verosimilmente Simone II Ventimiglia, figlio di Giovanni I e nipote di Simone I, e la moglie Maria Ventimiglia). Si trova nella parete frontale. E’ attribuito a Antonello Gagini e bottega (Vincenzo e Fazio). Datato  metà del XVI secolo.

CAPPELLA S. BARTOLO: ANTE:  In legno. Chiudono la nicchia sul lato sinistro. Sono dipinte. Nella parte superiore due angeli  con il simbolo della Fede e la Speranza.

STATUA: Ignoto scultore madonita del XVI secolo. Raffigura San Bartolo che tiene nella mano destra un coltello simbolo del suo martirio, e nella mano sinistra un libro. Scultura lignea policroma. 

TELA: Secolo XVII. Vi sono rappresentate due scene: in quella superiore la Madonna della Cintura e in quella inferiore San Nicola Tolentino agostiniano, sorretto da due angeli in punto di morte.

TELA: Raffigura l’Annunciazione. Il quadro fu portato a Geraci in processione in occasione del colera del 1837. Secolo XVII.

ACQUASANTIERA: In marmo alabastrino, datata 1552. Sul bordo si legge: “ ANNO DOMINI INCARNATI VERBI: X INDICIONIS: N: SS. 2”. Proviene dal chiostro agostiniano.

ISCRIZIONE: In gesso. Si trova sulla porta di ingresso all’interno. “D. O. M. TEMPDUM HOC DIVO BARTHOLOMEO APOSTOLO AB AEVO DICATUM ORNATUM ET DEALBATUM EST S. T. D.: D. JACOPO GIALLUMBARDO ARCHPRESBITERO SAC.TE. D. JOSEPH VIVINETTO PROCURATORE AN. DOMINE 1794. RESTAURATUM 1978”.

GLI STUCCHI DELLE CHIESE

Si possono dividere in tre fasi:  Prima fase: Cappella del Purgatorio (Chiesa Madre) risente ancora degli elementi della cultura manierista e barocca che veicola  anche nei centri minori intorno alla metà del XVII secolo. La decorazione della seconda fase: Cappella delle Rose (Chiesa Madre) e il cui esempio emblematico è la Chiesa di S. Bartolomeo, è invece legata alla tradizione. La terza fase: Chiesa di S. Giuliano è una ripetizione stanca e nostalgica dei motivi ormai tipici dell’area culturale. Lo stesso dicasi per gli stucchi della Chiesa del Collegio di Maria e della Chiesa di S. Maria La Porta. Un discorso a parte va  fatto per gli stucchi della Chiesa di S. Bartolomeo decorati da Francesco Clemente e Rocco Lo Cascio. Essi appartengono alla seconda fase che rimanda al breve fenomeno del rococò palermitano limitato agli anni 1755-65.  La Chiesa di S. Stefano presenta una decorazione a stucco tardo-settecentesco estremamente sobria.