Storia e Cultura
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GERACI PREISTORICA:

Grazie alla gentile concessione della Tesi di Laurea della Prof.ssa Maria Castello nostra Concittadina appassionata di storia patria, siamo in grado di dare al lettore alcune notizie sulla nostra preistoria.

Da alcune notizie orali provenienti da varie fonti e da alcuni indizi presenti nel territorio, sembra che il nostro Centro sia stato abitato in epoca preistorica.

Gli oggetti rinvenuti nel territorio oggi esposti nel Museo “Minà Palumbo” di Castelbuono e nel Museo Archeologico di Palermo risalgono al periodo “Eneolitico” cioè a quel periodo che indica gli aspetti culturali delle genti preistoriche già in possesso dei metalli: il rame per le armi e gli arnesi, l’oro in alcune regioni per gli ornamenti. L’Eneolitico non ha una posizione cronologica e stratigrafica ben accertata, ma si può considerare come l’aspetto finale del periodo “Neolitico”.

“Dall’agro di Geraci provengono un frammento di coltello di selce grigia a sezione tropezoidale (pietra di Silice usata per le armi) di mm. 33x15 rinvenuto nel 1876”.

Nel 1869 nella Contrada Calabrò fu trovato un coltellino di “Ossidiana” (Roccia di origine vulcanica, formata da una massa vetrosa di colore nero o verde scura usata per armi e arnesi), e nel 1872 nella Contrada Pintorna un “grattatoio” di quarzite rovinato dall’uso, misurante mm. 41x18.

Nel 1878 furono rinvenuti un “grattatoio” di selce, sei pezzi di selce lavorata con diversi colori, di forma atipica, per cui non si può con certezza stabilire l’uso; un frammento di coltello di quarzite e un grattatoio di selce bruna a sezione triangolare con i margini seghettati per l’uso, lungo mm. 58, largo mm. 26.

Da “Guglimmorta” (Contrada del territorio di Geraci) provengono alcune schegge di “Ossidiana”. Tutti questi oggetti furono trovati da Salvatore Miceli e furono donati al Museo Minà Palumbo di Castelbuono, della cui collezione fanno parte.

Nel territorio di Geraci fu trovato un vaso a clessidra con alto piede e fu donato dal Comm. Sciajno al Muso Archeologico di Palermo. Il vaso ha una ansa a nastro leggermente sormontante; la superficie è incamiciata di colore rosso. E’ decorato nella parte superiore con delle linee brune che si uniscono ai vertici; e nella parte inferiore si hanno delle fasce a reticolato. Nella base si hanno una serie di piccoli denti di lupo e lo stesso motivo si ripete nella parte interna della coppa superiore attorno al labbro. Per la sua decorazione, fasce brune su fondo rosso e per la tecnica di lavorazione si può assegnare al periodo “Eneolitico”.

A qualche Km. a Nord di Geraci nel 1927, in una insenatura il cui accesso era ostruito da terra e pietrame fu trovato un vaso fittile che purtroppo nell’essere rimosso si ruppe. All’interno del vaso c’erano due ossa e due oggetti di colore scuro a macchie gialle.

Attraverso la descrizione fatta dalla persona che lo trovò, pare si sia trattato di due aghi e di due ossa. Il vaso aveva la forma di una pignatta bianzata con le anze sotto il labbro e doveva avere una grandezza considerevole...... circa 40 cm. Altri frammenti  furono trovati nel territorio e tutti con alcune interessanti decorazioni a incisione. Sono frammenti il cui spessore varia dai 20 ai 26 mm. fatti di impasto rozzo e mal cotto e dovettero costituire vasi di dimensioni piuttosto grandi a parete spessa ed appena levigata.

Di recente scoperta sono alcuni frammenti medievali a Guglimmorta tra i torrenti “Mulini” e il fiume “Pollina”. Si tratta della colonizzazione agricola della campagna madonita alla fine dell’età antica, forse in epoca “bizantina”.

Sono stati rinvenuti una “Lucerna Romana Con Marchio di Fabbrica “P” di Panormus del V/VI secolo d.C. e un grande vaso di cocci di epoca tardo medievale.

Sono pochi elementi, ma  indizio certo dell’esistenza di vita preistorica nel nostro territorio. Ancora oggi è possibile notare lungo i percorsi meno conosciuti del nostro incontaminato territorio, luoghi e “orme” che indicano la presenza umana in epoca abbastanza remota.  

GERACI IERI:

Fino all’VIII secolo a.C. la Sicilia fu abitata solamente da popoli indoeuropei arrivati dalla penisola Italica molto tempo prima (Sicani, Siculi, Elimi, Morgeti).

I Siculi si erano attestati ad Est del fiume Platani e abitavano molto probabilmente anche le Madonie e Geraci in esse. La colonizzazione greca dell’Isola avviene a partire dall’VIII secolo a.C. ma non interessò le Madonie almeno sino alla mettà del VI secolo.

Intorno al 550 a.C. i greci sicelioti avanzarono verso l’interno ed è presumibile che siano arrivati anche a Geraci, dando il nome “Jerax” (Avvoltoio) al loro insediamento, stante che la Rocca era abitata da tali predatori.

Già nel 241 a.C. Geraci è un fiorente “Borgo”; così lo descrive lo storiografo “Cantu’” nella sua opera “Storia Universale”.

Successivamente le Madonie sono entrate a far parte dell’ambito culturale del mondo “greco-romano, bizantino, arabo”.

Tra il IV e il VI secolo la Sicilia fu il centro economico e politico dell’Occidente. Roma guardava alla Sicilia come un estremo lembo d’Italia e pertanto la difendeva dalla “Vastitas” barbarica. Quindi la compenetrazione socio-economica tra Sicilia e Italia, realizzatasi a livello elitario dal IV secolo in avanti, continuò a dare buoni frutti durante l’età vandalica e protobizantina. Nel 533 la Sicilia era stata l’appoggio importante per la riconquista bizantina dell’Africa, mentre la conquista bizantina della Sicilia inizia nel 535 con Catania, seguita da Siracusa e poi da Palermo. Poco preparate furono le guarnigioni gotiche, scarse le fortificazioni, inesistente la resistenza dei maggiorenti romani. La guerra si concluse nel 555. In quegli anni la Sicilia fu il granaio degli eserciti bizantini, un anello di raccordo tra il quartier generale bizantino in Italia e il governo centrale di Costantinopoli. Con Giustiniano  (554) si attuò la grande riforma. La grande proprietà laica ed ecclesiastica non solo veniva rispettata ma diventò una interlocutrice privilegiata dello Stato. In altre parole Giustiniano estromise la nobiltà romana in favore di una classe di cittadini legati alla politica bizantina. Egli divise le competenze civili dalle militari. Infatti il Pretore dipendeva dal Questore dei Sacri Palli di Costantinopoli, mentre il comando militare era esercitato dal “dux”. I ricorsi in appello avverso le sentenze di Giustiniano o del Pretore dovevano essere portati non a Roma, bensì al Questore dei Sacri Palatii. Nel 582-583 a Catania cominciò a funzionare la prima “zecca” italiana, seguita poi da Siracusa. Lo Stato bizantino si sviluppò col sistema dei “TEMI”, cioè una unità amministrativa a carattere militare, derivante dalla sistemazione delle truppe sui territori di colonizzazione. Ai soldati veniva attribuita la proprietà di una quota di fondi in cambio del servizio militare obbligatorio ed ereditario. Avveniva così la militarizzazione dell’Isola e dello Stato. Al vertice di ogni “Tema” vi era lo “Stratego” cui spettava il comando delle forze di terra, di mare e il controllo dell’autorità civile. Tutti dovevano rendere conto a Costantinopoli. Ciò è confermato dal ritrovamento di un gran numero di “sigilli”. La costituzione tematica (692-695) in Sicilia comportò la ruralizzazione e la territorializzazione dell’esercito. In questo contesto, pian piano, nella seconda metà dell’VIII secolo, cominciò ad abbozzarsi la coscienza di una identità siciliana come espressione di una grecità autonoma rispetto a Bisanzio. La cultura bizantina infatti ha profonde radici considerato che nei “diplomi” del XII secolo compaiono sottoscrittori dai nomi greci. Esiste e resiste alla latinizzazione una tradizione religiosa di rito greco. Infatti nel 1308-1310 nella Cappella del Castello di Geraci si officiava col rito greco-bizantino, così come si evince dai documenti rinvenuti nella Chiesa di Santa Maria Maggiore di Geraci che testimoniano come nel 1310 in essa  officiava  un presbitero greco di nome “Nicolaus”. Da ricordare la persistente fedeltà della Chiesa di Sicilia a Roma. Nell’882 i bizantini abbandonano la Sicilia.

Tutto ciò rileva ed esalta una condizione di pluralismo culturale presente e tollerante nella realtà madonita.

Nel 632, dopo la morte di Maometto, inizia la conquista islamica. Nei primi decenni dell’VIII° secolo la cristianità vive momenti cruciali proprio per il dilagare dell’Islam in Asia, in Africa e in Europa. Il 15 giugno 827 gli arabi sbarcano a Mazara e iniziano la conquista dell’Isola. Nell'831 capitola Palermo; nell’ 858/59 Enna; nell’878 viene messa a sacco Siracusa; nel 902/903 cade Taormina; nell’842/43 Messina e infine nel 965 Rametta.

Notizie certe riguardanti specificatamente il nostro Paese si hanno a partire dall’839/40 d.C., data della conquista saracena ad opera dell’Emiro Ibna Timna (gli Arabi chiamarono Geraci “H.RHAH”), il quale trovò a “Jerax” un Castello costruito precedentemente, che ebbe cura di ampliare, modificare e fortificare. Ciò è testimoniato dalla presenza di una finestra moresca  ancora oggi ben visibile nella facciata Sud del Castello. Negli anni citati infatti capitolano ai mussulmani i centri di Platani, Caltabellotta, Corleone, Geraci. Nell’845 occupano Modica, nell’846 Lentini, nell’848 Ragusa in Val di Noto. Nell’859 si impossessano di Castrogiovanni dover danno inizio alla costruzione di un “MASGID” (Moschea). Nell’864 occupano Noto e Scicli. Negli anni successivi (901/911) ci furono molti tentativi di rivolta contro i Saraceni da parte delle popolazioni cristiane di Val Demone.

Gli Arabi divisero la Sicilia in tre Provincie dette “Valli” (Val Demone, Val Di Noto e Val Di Mazara). Le Madonie e quindi Geraci fecero parte della Val Demone, i cui abitanti, nonostante le suggestioni  culturali  degli Arabi, mantennero intatta la loro fede cristiana convivendo con l’elemento “Islamico”, a differenza degli abitanti delle altre Valli che invece abbracciarono l’Islamismo.

Durante la denominazione saracena sembra che Geraci fosse la località più importante delle zone interne dell’Isola, soprattutto se consideriamo la posizione strategica di cui godeva e che gli attribuiva un ruolo determinante nelle vicende militari.

Sotto l’Islam la Sicilia diventa provincia dipendente dall’Ifriqiya nel corso dell’emirato “aghlabita” e di parte dell’”imamato fatimita” dall’827 al 947. I rapporti tra vincitori e vinti vennero regolati da norme giuridico-fiscali, di subordinazione di gente cristiana all’autorità musulmana. Al reggente musulmano competeva l’organizzazione dell’esercito, la preparazione delle spedizioni militari, le tregue, gli armistizi, i trattati di pace, l’amministrazione della giustizia etc. I vinti erano protetti. L’autorità musulmana concedeva loro la facoltà di soggiornare nel territorio, la libertà di culto, la tutela della vita e dei beni, la difesa contro il nemico esterno. In cambio essi dovevano riconoscere l’autorità islamica e pagare i tributi cioè la “CIZYA” (testatico o capitazione) e il “KHARAJ” (imposta fondiaria).  Gli arabi migliorarono le colture e sanarono la piaga del latifondo che ricomparse nel XII secolo. Si moltiplicarono i mulini e i frantoi, si canalizzarono le acque, si incrementò il giardinaggio e la pastorizia. Geraci, ad un esame approfondito porta i segni del loro passaggio sia dal punto di vista economico che religioso. Si ha notizia di un cimitero musulmano in C.da Muricello (qualche metro sotto il Bevaio della SS. Trinità). Mentre nella villetta SS. Trinità, accanto al Bevaio si seppellivano i cristiani. Ciò dimostra una forte tolleranza culturale e sociale tra le due culture.

I normanni o vichinghi erano popolazioni scandinave stanziatesi in Francia nel secolo IX e agli inizi del secolo X. La vita politica del ducato di Normandia sotto Roberto I (1027/1035) e durante la minore età di suo figlio Guglielmo II fu turbata da lotte intestine. Il loro stato fu caratterizzato da una forte autorità ducale e dall’evoluzione amministrativa e feudale. Nel secolo XI inizia la loro avventura mediterranea, dove i numerosi figli di Tancredi d’Altavilla si misero al servizio dei Longobardi contro il dominio bizantino nell’Italia meridionale. Uno di essi Roberto il Guiscardo si impadronì del potere in Calabria e in Puglia tra il 1060 e il 1091 insieme al fratello Ruggero I, intraprese la conquista della Sicilia, sottraendola alla dominazione araba. Nel 1139 Ruggero II riuscì a organizzare i territori normanni del Regno di Sicilia che servì da base per la conquista dell’Africa e della Dalmazia (sec. XII). Nel 1066 conquistarono l’Inghilterra ad opera del duca Guglielmo II, che sconfitto il Re AROLDO II, salì al trono d’Inghilterra col nome di Guglielmo I. Tra le sue iniziative il “DOMESDAY BOOK” compilato nel 1086, costituì la base del sistema fiscale. Ebbe rapporti buoni con la chiesa. Alla sua morte (1097) egli trasmise il governo ai figli Guglielmo II ed Enrico I. Sia in Inghilterra che in Italia i normanni furono una aristocrazia guerriera. Con essi vi fu una maggiore stabilità politica e una notevole fioritura della cultura locale. In Inghilterra la storiografia, in Sicilia lo studio delle scienze greco-arabe. Famosa l’architettura.

Dopo la conquista Normanna (1062-64) e durante questa dominazione, Geraci assume un importantissimo ruolo strategico-militare ed sede di uno dei capisaldi della nuova feudalità del “Regnum Siciliae”

Infatti conquistata da Ruggero I, viene data in feudo a Serlone cavaliere normanno suo nipote, ed elevata a “Contea” nel 1063 a seguito della battaglia di Cerami in cui Serlone valorosamente si distinse, contro i saraceni (1062).  Serlone non potè godersi la Contea, perchè fu ucciso subito dopo, in una imboscata dai saraceni. La storia narra che il capo del nobile ed eroico giovane fu spedito in Africa a Temin.

La Contea fu assegnata alla moglie Aldruda, data poi in moglie a un soldato di ventura non nobile di nome Engelmaro, che peccando di superbia, si ribellò al re e per questo Ruggero I assedio la Città costringendo il ribelle a fuggire.

La Contea torna poi a Eliusa, figlia di Serlone il normanno.

L’organizzazione sociale del periodo che va dai normanni agli aragonesi si articola in una piramide al cui vertice si trova la “feudalità, i baroni, i vicecomites e i miles, vengono poi i borghesi (paragonabili alla borghesia di oggi), poi gli stipendiari della Chiesa, chiudono i musulmani e i cristiani-greci”. Troviamo in questo periodo la pratica della schiavitù come si evince dal testamento della contessa di Geraci e Collesano  Elisabetta Ventimiglia redatto nel 1372, in cui viene disposta la liberazione di quattro schiavi.

Ritorniamo alle vicende storiche del nostro Paese:

Nel 1252, inizia la grande epopea dei Ventimiglia, quando Isabella normanna, membro della Casa reale di Federico II Imperatore, sposa  Enrico Ventimiglia figlio di Guglielmo Ventimiglia ligure, giunto in Sicilia dieci anni prima al seguito dell’Imperatore , nonchè marito di Emma la Sveva, familiare della corte imperiale. Le nozze tra Enrico e Isabella furono propiziate dallo stesso Imperatore per motivi di Stato, perchè le leggi del tempo non consentivano a una donna di essere titolare di Contea. L’inserimento dei Ventimiglia nella famiglia reale fa assumere a questi feudatari un ruolo di primissimo piano in tutte le vicende politiche e militari della Sicilia negli anni e nei secoli successivi (XIII-XVIII).

Dopo la morte di Federico II lo Svevo, avvenuta nel 1250, Enrico e la Contea entrarono con più rilievo nel clima degli avvenimenti politici e guerrieri  della Sicilia.

In epoca sveva regnando Corrado II, Enrico Ventimiglia si investe di Geraci (1258) ed ottiene Collesano, Petralia Superiore e Inferiore, poi Gratteri e Isnello. In quel periodo Enrico frequentava la Corte Imperiale a Palermo e affinò il gusto artistico e l’interesse per la conservazione dei monumenti classici. E’ del 1263 il suo intervento per il Duomo di Cefalù. Restaurato a sue spese in onore dei due figli Manfredo e Pirruccio. Pure a lui si devono gli “Osteri” di Cefalù, il “Magno” e il “Piccolo”.

La potenza dei Ventimiglia fu tale che Geraci divenne il centro della Contea assumendo posizioni di rilievo fra i Paesi delle Madonie e su parte dei Nebrodi e il suo signore venne nominato “Primo Conte d’Italia per la grazia di Dio e Marchese di Sicilia” titolo che per gran tempo nessun altro ebbe tra i nobili della Sicilia.

Anche Geraci fu dominato dagli Angioini che occuparono il “Regnum” nel 1266, dopo la tragica morte di Manfredi a Benevento. La Contea sotto Carlo D’Angiò fu smembrata e concessa assieme a Gangi e Castelluccio a Gaetano de Monfort. (lettere del 1269-70) e (memoriali del 1272-1274-1278).

Durante la guerra del Vespro 1282-1302, il Conte di Geraci (prima Alduino e poi Enrico) guidò politicamente e militarmente il partito “svevo”-Aragonese nella ribellione e nella guerra contro Carlo D’Angiò. Nell’interregno tra la caduta di Carlo D’Angiò e l’incoronazione di Pietro D’Aragona, i siciliani nominarono un governo provvisorio e tra gli eletti figura Alduino Conte di Geraci e d’Ischia. Alduino muore nel 1289. Subentra Enrico che partecipa nel 1299 alla distruzione di Gangi che si era ribellata a Re Giacomo D’Aragona per fare dispetto al Conte.

Sotto la dinastia Aragonese, in tutta la Sicilia i nobili vennero ad avere un’influenza predominante anche nelle città più importanti e i Ventimiglia dominarono tra l’altro anche Trapani (come i Palizzi a Messina).

I Ventimiglia erano talmente potenti che la Contea di Geraci, “dalle Madonie al mare”, divenne “uno Stato nello Stato” giungendo persino ad amministrare la giustizia e  a coniare proprie monete. Infatti nel 1430 Alfonzo D’Aragona diede ai Ventimiglia il privilegio più apprezzato “Il diritto di piena giurisdizione penale” nella sua Contea di Geraci, e quello di lasciare in eredità ai suoi successori il medesimo diritto. “Diritto di merum et mistum inperium”.

Nel 1315 il Conte Francesco I Ventimiglia sposa Costanza Chiaramonte Contessa di Modica, ripudiata nel 1321 con dispensa papale perchè sterile. Nello stesso anno contrae matrimonio con Margherita d’Antiochia dei Conti di Mistretta. Giovanni Chiaramonte per vendicarsi dell’affronto subito, aggredì in una imboscata Francesco Ventimiglia in un vicolo di Palermo, ferendolo. Sdegnato il sovrano bandì Giovanni dal Regno.

Alla morte di Federico avvenuta il 25 giugno 1337, il regno passa a Pietro II D’Aragona, che si attorniò di personaggi contrari ai Ventimiglia. (Palizzi, Chiaramonte etc,).

Dal 1338, anno della morte di Francesco I Ventimiglia, al 1354 la Contea di Geraci, dopo un cruento assedio, fu confiscata a Francesco Ventimiglia e data ai Palizzi, essendosi il Conte rivoltato contro il re Pietro D’Aragona, non obbedendo all’invito di recarsi al Parlamento dell’Isola indetto dallo stesso. Successivamente con privilegio del 20 giugno 1354 di re Ludovico,  la Contea viene restituita alla potente famiglia feudale. Nel 1360 la Contea di Geraci ospita il giovane re di Sicilia, quando morta la Vicaria Eufemia a Cefalù, a Francesco Ventimiglia II venne affidata la cura del Regno e del giovane sovrano Federico, il quale trovò diletto nei boschi delle Madonie.

Alla morte di re Ludovico, il regno passa a re Federico che regnò fino al 1377. Alla sua morte il governo dell’Isola fu affidato a quattro Vicari, uno dei quali fu il Conte Francesco Ventimiglia di Geraci e signore delle Madonie. Nel 1388 circa i signori di Geraci ottennero il riconoscimento pontificio del proprio Vicariato, cioè della propria signoria su una parte del territorio del Regno. Con la morte di Francesco II avvenuta nel 1391, la Contea di Geraci fu smembrata in due e data ai figli Enrico e Antonio.

Nel 1392 Enrico II Ventimiglia, uno dei Vicari del regno, non volle accodarsi alle pretese degli Aragonesi con “Martino il maggiore” e per questo, dopo che gli aragonesi entrarono a Palermo, gli fu confiscata la Contea che comunque ritornò a lui nel 1395.

Il nome della nostra cittadina assunse una altissima considerazione in tutta l’Italia meridionale, quando Giovanni I Conte e Marchese di Geraci, valorosissimo comandante militare, che fu addirittura paragonato a “Cesare” per le numerose battaglie vinte a capo dell’esercito catalano, divenne Vicerè di Napoli e di Sicilia (1422).

A quel tempo egli aveva trasferito la capitale dello “Stato” delle Madonie da Geraci a Castelbuono (1419), presso il Castello Belvedere che un suo avo (Francesco I Ventimiglia) aveva fatto erigere nel 1316, sul colle di Ypsigro. Nel 1438 la Contea di Geraci diventa Marchesato, un titolo molto ambito. Nel 1606 il Marchese di Geraci viene nominato Vicerè.

Da quel momento Castelbuono assume le funzioni centrali, sia dal punto di vista amministrativo che militare.                         

Negli anni successivi Geraci vive una vita politica e amministrativa uguale a quella di tanti altri Paesi dell’entroterra siciliano. Un Paese dedito all’agricoltura e alla pastorizia, attento ai cambiamenti e capace di assolvere con grande tenacia ai compiti che le nuove realtà imponeva ad esso. 

CENNI ECONOMICI E FINANZIARI:

Nonostante la perdita della centralità politica e amministrativa, Geraci continua a essere il centro del potere economico dei Ventimiglia; i quali considerano l’espansione territoriale un fatto di primaria importanza. Si riscontra, infatti, una politica di accentramento dei “marcati” soprattutto se confinanti o vicini al feudo centrale che è Geraci.

Il che è evidente guardando le permute che avvengono dal 1330 al 1380, attraverso le quali i Ventimiglia scambiano territori lontani per concentrarli attorno a Geraci. Sicchè il quadro che ne deriva è quello della creazione di un grosso “stato” nella zona delle Madonie, che costituisce il nucleo centrale del loro potere economico.

Accanto a questa tendenza vi è quella di procurarsi territori che consentano l’accesso alle coste e quindi lo sbocco al mare.

Lo Stato delle Madonie già nel 1322 arriva da un lato a Gangi, Sperlinga e Regalgiovanni e verso Nord tocca il Tirreno fino a Caronia, Tusa alla Marina di Pollina e Roccella, con pochissime enclave in potere di altre famiglie feudali. Oltre ai centri abitati la Contea di Geraci, in quegli anni, contiene Petralia Superiore e Inferiore, Fisauli, San Mauro, Ypsigro, Gratteri, Castelluccio, Montemaggiore e Bilici. Verso Ovest si configura confinato da montagne a picco poste a guardia delle fiumare.

Cosicchè il gruppo delle Madonie costituisce una “frattura” tra le due Sicilie, quella occidentale e quella orientale. Il dominio madonita appare caratterizzato da una forte omogeneità geografica e da una notevole varietà produttiva (grano, pascoli, riserve boschive).                                                                                   

I Conti di Geraci avevano a Termini Imerese, magazzini portuali che gli consentivano lo sbocco marittimo della loro produzione.

Nel 1283 Geraci contava circa 100 fuochi (case). Nel 1322 la Contea forniva una rendita in cereali di circa 3000 salme (unità di misura), fra frumento e orzo; 1000 onze in denaro; 13 mandrie (ovini, Bovini, suini), vigne, oliveti etc. Nel 1336 produceva una rendita di 1500 onze (moneta) circa il 7% dell’intero reddito feudale del Regno.

La Contea era amministrata da “curatoli e Camerari”.

I Ventimiglia ebbero una politica capace di assicurare lo sviluppo e il controllo delle zone demaniali.

Per quasi  tutto il 1400 l’interno della Sicilia appare abbandonato alla pastorizia, nelle mani di grossi allevatori dei Nebrodi e delle Madonie.

Nella seconda metà del ‘400, grazie ad una maggiore utilizzazione delle fasce costiere e dell’entroterra immediato, l’agricoltura era riuscita meglio della pastorizia a soddisfare le esigenze alimentari causate dall’incremento demografico. Ma nelle zone interne, ancora tra la fine del medioevo e l’inizio dell’età moderna, la granicoltura stentava a decollare, per scarsa mano d’opera, prezzi bassi, costi del trasporto molto esosi, crisi del patrimonio bovino, contrasti tra contadini e pastori etc. Solo verso la fine del XV secolo questi rapporti cominciarono a modificarsi. L’aumento della popolazione e il venir meno di alcune condizioni portarono le zone interne e la Sicilia ad una maggiore produzione. Nell’ultimo decennio del 1500 si apre la crisi economica. Già nella seconda metà del ‘400 i Ventimiglia cominciano ad avere problemi finanziari. Nella metà del ‘500 pagavano soggiogazioni e rendite per 2000 onze l’anno che arrivarono a 5000 nel 1566. La crisi porta alla vendita di molti feudi, sino ad arrivare alla costituzione della “Deputazione degli stati”; un Istituto sorto nel 1598 per l’amministrazione dei patrimoni feudali dissestati nell’interesse dei creditori. La colpa di questi dissesti è da attribuire al “Contratto di soggiogazione”, perchè consentiva al ceto feudale di gravare il proprio patrimonio di rendite passive evitandone l’alienazione. Una serie di balzelli nobiliari condussero la feudalità alla crisi profonda (doti di paraggio pagate alle sorelle e figlie, rendite di vita e milizie a favore dei cadetti etc.).

Agli inizi del 1500 nella Val Demone c’era una notevole produzione di olio, e risale a quel periodo la nascita degli immensi uliveti del marchesato di Geraci tra le province di Palermo e Messina. La cosiddetta proprietà promiscua.

Per il Sonnino, la causa della proprietà promiscua era dovuta al fatto che nei secoli scorsi il Marchese allo scopo di arricchire la città e le terre, e per attirarvi maggiore popolazione, dava il permesso a chiunque di innestare gli oleastri e di fare proprie le piante di ulivo.

Lo Sciajno Invidiata fa risalire alla seconda metà del 1500 la data delle prime concessioni per l’innesto di oleastri e ritiene che esse siano la conseguenza di una nuova legislazione. Il Parlamento del 1566 aveva lamentato la penuria di olio di cui soffriva il Regno di Sicilia e ne aveva indicato la causa nell’indiscriminato abbattimento degli alberi di ulivo perchè infruttuosi. Il Vicerè De Toledo vieta qualsiasi intervento sugli ulivi. Successivamente Don Carlo  D’Aragona con una nuova “prammatica”, permette il taglio e la rimonda con l’obbligo dell’innesto degli ulivi entro due anni dall’intervento pena il pagamento di 50 onze di ammenda. Ciò secondo lo Sciajno Invidiata avrebbe convinto il Marchese di Geraci a permettere a chiunque avesse pagato un censo l’innesto di oleastri. Si costituirono così gli immensi uliveti che ancora oggi si possono ammirare nel triangolo che ha per vertice Geraci, Castelbuono e San Mauro Castelverde. Nel 1598 il Marchese di Geraci diventato presidente del Regno, adducendo abbondanza di olio, abrogò le prammatiche precedenti e ne promulgò una sua con la quale permetteva ai padroni di tagliare in tutto o in parte gli alberi di ulivo nella sola Val Demone (con esclusione del distretto di Messina, dove egli possedeva i più estesi uliveti dell’Isola). Oltre a pagare un censo annuo sugli ulivi i coltivatori erano costretti, per il “diritto dei nozzoli” a molire il prodotto esclusivamente nei trappeti del signore, cosicchè le ulive già macerate e messe sotto il torchio non dovevano ricevere che tre colpi di pressione per cacciare parte dell’olio e quindi tutto il rimanente rimaneva a suo vantaggio.

Nel 1785 con il Vicerè Caracciolo fu abolito il diritto dei nozzoli, ma fu subito ripristinato nel 1786 da Caramanico. Solo nel 1811 la vertenza fu decisa a favore dei coltivatori. Nel 1700 gli oleastri venivano innestati per conto del Marchese che si serviva di operai salariati.

Nel 1526 Simone I riscattò da A. Larcan la Baronia di Castel di Lucio che Giovanni III Ventimiglia vendette a G.B.Cluvello nel 1569. Tutto questo giro di vendite e compere danno il senso della forte crisi economica e finanziaria in cui versava la Contea e con essa la famiglia Ventimiglia.

Il 16 marzo 1600 troviamo Geraci e i Ventimiglia nella “Deputazione” perchè gravemente onerata. (memoriale del gabelloto A.Battaglia).

Nel 1661 il Marchese Giovanni IV esponeva alla Corona le gravi condizioni finanziarie in cui versava, per cui intervenne una disposizione regia del 1669 che sospendeva le vendite dello Stato di Geraci, che passava sotto il controllo della Gran Corte di Sicilia.

I dati del 1676 mostrano un marchesato in declino, ingabellato per 6360 onze. Nel 1759 il territorio di Geraci era amplissimo e magnifico di uliveti, vigne, selve di frassino etc. Si produceva la manna e gli ortaggi abbondavano. C’erano boschi a nutrire i celeberrimi castrati, come oggi e come ai tempi del grande geografi “Idrisi” che nel libro di Ruggero ci presenta Geraci come un Borgo spazioso che produceva molta frutta e aveva campi seminativi ben coltivati. Vivevano qui pastori e contadini in numero oscillante tra i 3000 e i 4000 abitanti.     Nel XIX secolo il crollo fu innegabile. 

CENNI RELIGIOSI:

Nel secolo VIII la Chiesa di Sicilia uscita dalla clandestinità ebbe modo di affermarsi, tanto che poteva contare su una quindicina di vescovadi.

Nel 732 sotto i bizantini le Diocesi siciliane furono autonome da Roma.                                 

Le Madonie in queste vicende lontane furono presenti con la Diocesi e il Vescovado di Cefalù.

Cacciati i bizantini da saraceni nel IX secolo, la Chiesa siciliana fu costretta a sospendere le attività religiose. Nel XII secolo alla dominazione saracena subentrò quella normanna che ripristinò le antiche diocesi creando nuovi vescovadi. Tra questi Troina paese della Val Demone espugnato nel 1062. Nel 1081 il Conte Ruggero la elevò a Città e gli concesse il privilegio del vescovado. Geraci e gli altri Paesi delle Madonie vengono a far parte di questo vescovado. Le fortune di Troina non durarono a lungo, perchè Messina reclamò il titolo prestigioso che gli fu concesso dal Conte nel 1096. Le Madonie passarono sotto la Diocesi di Messina. Nel 1131 Messina diviene Arcivescovado. Nello stesso anno furono costituite le diocesi di Cefalù e Lipari. Ma solo nel 1169 Cefalù ottiene il riconoscimento pontificio sancito poi nel 1189. Con la bolla pontificia del 1166, Alessandro III mette in rilievo le Madonie con Cefalù, Geraci e Petralia. Si legge che l’Arcivescovo aveva la potestà di potere indossare il “Pallio” (ornamento liturgico di regalità ecclesiastica risalente al V° secolo). Nel 1200 Enrico Ventimiglia aveva esteso il suo potere sulla Diocesi di Cefalù (seconda metà del XIII° secolo). Nel 1321 il vescovo Giacomo da Narni cedette al Conte di Geraci il Castello di Pollina ricevendone in cambio due casali (Feminio e Veneruso). Nel 1329 il vescovo di Cefalù locò al Conte di Geraci il bosco e il “Tenimentum” di S.Maria da Bensaria in territorio di Castelbuono. Sempre nel 1329 il vescovo di Cefalù affida al Conte Francesco Ventimiglia il ruolo di protettore della sua Diocesi.                                                                  

Nel 1337 Francesco Ventimiglia caduto in disgrazia presso Re Pietro D’Aragona per opera dei Palizzi e dei Chiaramonte, fu assediato nella Rocca di Geraci. In quella occasione il vescovo di Cefalù Fra Roberto da Campolo eletto nel 1333, si schierò col Conte, e per questo sembra che non abbia ricevuto la “Consacrazione”. Subito dopo fu espulso perchè colpevole di essere stato il fautore della rivolta. Questo da il senso dei rapporti tra la Chiesa e la potente famiglia dei Ventimiglia.

Tra l’ottobre del 1371 e il dicembre del 1375 Gregorio XI predecessore di Urbano VI da Avignone lancia appelli ai Ventimiglia (Francesco) Conte di Geraci e Gran Camerario del Regno perchè si adoperasse per la pace tra Napoli e la Sicilia e si opponesse al matrimonio tra Re Federico e la figlia di Visconti Barnabò e favorisse quello con Antonio del Balzo.

Ma l’attenzione del Papa verso i Ventimiglia e in particolare verso il Conte di Geraci è manifesta soprattutto in una disposizione inviata a Francesco I nel 1372 in cui si impone al Conte di tenerlo informato sui propositi matrimoniali per le due figlie Eufemia e Eleonora e di chiedergli il parere.

Nei territori loro sottoposti i Ventimiglia esercitavano il loro influente potere anche sulla Chiesa locale.

Nel XVII secolo la Diocesi di Cefalù comprendeva le Chiese locali dei Paesi delle Madonie. Nel 1816 su richiesta avanzata dal re di Sicilia nel 1798, con bolla papale si istituisce la Diocesi di Nicosia e Geraci ne fece parte.

Nel 1844 Cefalù si stacca dall’Arcidiocesi di Messina per entrare a far parte della Chiesa metropolita di Palermo.

Oggi la Chiesa di Cefalù è sostenuta da 46 parrocchie agenti in 25 Comuni. 

CENNI URBANISTICI:

Il Castello fu il perno principale attorno al quale si sviluppò la storia di Geraci e del suo territorio compreso il suo tessuto urbano.

Un primo nucleo urbano, si costituì all’interno del Castelllo, roccaforte ben difesa. Un altro nucleo abitato fu quello costituitosi nella zona della Torre di Engelmaro adiacente all’attuale piazza S.Antonino. I motivi sono intuitivi. La zona totalmente pianeggiante rendeva ben visibile l’eventuale attacco nemico proveniente dal mare. Da fonti orali si apprende che la Torre campanaria della Chiesa di San Bartolomeo fosse anticamente una torre di avvistamento (periodo saraceno). Questa ipotesi è suffragata dal fatto che la sua collocazione è posta in maniera atipica rispetto alla Chiesa e cioè alle spalle della stessa. Successivamente i due nuclei si unificarono e si delineò l’esigenza di spostare la Chiesa Madre, da San Giuliano a quella di S.Maria della Neve. Nel medioevo la città fu cinta da mura. Esse iniziavano dal Castello per arrivare a S.Maria La Porta, escludendo S. Bartolomeo. Il tracciato è ipotizzabile:  S.Maria La Porta, Via Torretta I e II, Via Mura, Via Porticella Inferiore. Il secondo tratto (ipotesi) da Via Porticella superiore (oggi Via Tripoli) al Castello. Dal Castello poi scendeva per Via degli Arabi (oggi Via Roma) e andava a congiungersi alla Via Porticella Superiore.  Il limite posto dalla cinta muraria costituiva, in epoca medievale, una delimitazione naturale del tessuto urbano che mantiene ancora oggi il vecchio equilibrio.

STEMMA DEI VENTIMIGLIA:

Arma inquartata: Al primo e quarto riquadro è raffigurata l’arma originaria di Casa Ventimiglia: Uno scudo in rosso col capo d’oro su cui è inciso il motto: “Prae militibus unus”; nel secondo e terzo l’arma della Real Casa D’Altavilla, assunta in seguito al matrimonio di Guglielmo con Emma La Sveva, in azzurro nei laterali con due file in argento e in rosso.

Cimiero: Un leone nascente coronato d’oro, armato e lampassato di rosso, impugnante con la destra una spada d’argento.

Sostegni: Due leoni d’oro coronati, armati e lampassati di rosso.

Divisa: Dexetera Domini fecit virtutem. Dexetera Domini exaltavit me.

SIGILLO:

Francesco I Ventimiglia nel 1321 si fregiava del seguente sigillo.

“Franciscus Vegintimiliis dei gratia Comes Giracii et iscle maioris”.

Il sigillo aveva un supporto naturale in cera e rappresentava un Castello e un Cavaliere uscente mentre brandisce una spada. Nel periodo in esame il Castello rappresenta il potere autonomo del signore, mentre il cavaliere rappresenta un segno molto diffuso tra i sigilli signorili.

I GIUDEI A GERACI:

Dal Codice diplomatico dei giudei di Sicilia raccolto e pubblicato dai Sacerdoti fratelli Lagumina Bartolomeo e Giuseppe si rileva che tanto nel Marchesato come nella terra di Geraci, numeroso era lo stuolo degli Ebrei - con la salvaguardia regia data in Messina il 28 maggio 1492, fu protetta fra le altre la Giudaica di Geraci.

Il Vicerè Ferrando De Acugna con atto 5 giugno 1492 commette a Michele La Bruna  di esigere tarì uno da ogni casa giudaica delle seguenti terre di Sicilia:  “ A Judajca terra Girachi uncia una et tarinorum 23”, il che fa capire che vi erano 53 case giudaiche.

Il detto Vicerè ad istanza dei giudei di Agosta, Calascibetta, Caltabellotta, Caltagirone, Cammarata, Castrogiovanni, Castronovo, Castroreale, Geraci, Giuliana etc., ordina agli Ufficiali di quelle terre, di riconsegnare loro per venderli, i beni mobili ed immobili tanto privati che della mischita, purchè diano malleveria di cristiani facoltosi.

Ancora oggi è possibile documentare il passaggio dei giudei per Geraci. Esiste infatti un vicolo denominato “Vicolo Giudecca”.

GERACI OGGI:

Di antica origine è oggi un Comune della Provincia di Palermo da cui dista 120 Km. circa.

Passa da Geraci la strada SS 286 che unisce la SS 113 (litoranea PA-ME) con la  SS 120 (PA-CT).

E’ pertanto raggiungibile sia dalla costa che dall’entroterra. Si trova ad appena 37 Km. dal mare (Stazione Ferroviaria di Castelbuono) e a 50 Km. da Cefalù.

Vicinissimo alla stazione sciistica di Piano Battaglia, è un posto ideale per abbinare il turismo mare-monti.

Salendo da Castelbuono, dopo aver attraversato il bosco Sugheri in località affacciata appare una immagine pittoresca di un “grumo di case” dominate dalle guglie dei ruderi del Castello.

Il Castello, ai visitatori che giungono dall’altro lato della SS 286 al Km. 39, appare in tutta la sua maestosità, poggiato con forza sull’antica e famosa “Rocca” che fu dei Bizantini, degli Arabi, ed infine dei Ventimiglia.

Il Paese appollaiato sulla schiena rocciosa di un colle , ha una struttura urbanistica in cui è tutt’ora evidente l’impronta medievale con strade strette e tortuose che si allargano ora in “vicoli” ora in “cortili”, veri e propri sottopassaggi che richiamano l’architettura araba. Oggi la maggior parte delle “viuzze” sono transitabili con autoveicoli.

Il centro del Paese è Piazza del Popolo, un magnifico slargo rettangolare in cui da un lato si trova la Madrice fiancheggiata dalla Casa canonica, e sul lato opposto dal Collegio di Maria che rappresenta il vero e proprio “salotto” della cittadina, luogo privilegiato di incontri tra gli abitanti specie d’estate.

Un’altra Piazza ancora più grande è quella di S.Antonino nei pressi della Torre di Engelmaro.

Il Paese alto 1077 metri s.l.m. guarda a Ovest il Monte Catarinesci, il Pizzo Argentieri (fiancheggiato dal Pizzo Dalla, dal monte Cixè e dal monte Spataria) che costituiscono insieme la montagna di Geraci, luogo destinato al pascolo brado.

A Nord guarda il Tirreno e nei giorni di cielo terso si possono ammirare le isole Eolie. A Est guarda S.Mauro Castelverde, Pollina e Mongibello (Etna) che fino a tutto Maggio mostra la sua cima innevata e spesso il pennacchio di fumo. A Sud-Est si intravedono le case più alte di Geraci. Ai piedi del Paese si osservano le vallate di Pianistrello, Zafferano, Pantano e Muricello. La popolazione attiva è occupata prevalentemente nel settore primario )agricoltura-pastorizia). Le uniche industrie presenti sono: l’edilizia abitativa  e lavori pubblici abbinati ad alcune figure artigiane (fabbri, falegnami, lavoratori della pietra etc.) e lo stabilimento per l’imbottigliamento delle sorgenti di acque oligominerali. Una buona parte è occupata nel terziario (Pubblica Amministrazione, Commercio e Trasporto).

Circa un terzo della popolazione è costituita da pensionati e da giovani in cerca di un futuro migliore che potranno costruire attraverso lo sviluppo turistico del nostro Paese.

PRODUZIONE: I prodotti dell’agricoltura sono: grano, orzo, avena, fave, ceci, lenticchie, piselli, foraggi (sulla e veccia), ortaggi (fagioli, pomodoro, lattughe etc.) vino , olio e frutta.

Il territorio di Geraci ha una altitudine rilevante per cui non è possibile effettuare una agricoltura intensiva.

PRODOTTI DEL BOSCO: Funghi, asparagi, castagne, mandorle etc.

ALLEVAMENTO: Gli animali presenti nel territorio di Geraci: Capre, pecore, bovini, equini, suini etc., che forniscono ancora come da secoli carni, formaggi, ricotte, caciocavallo etc.

ARTIGIANATO: Prodotti del legno: attrezzi agricoli (scale, botti, porte, strumenti di lavoro etc.); Prodotti del ferro: (lavori in ferro battuto e per l’edilizia); Ricami: (tovaglie, lenzuola, etc.). Lavori a maglia, all’uncinetto etc.

CUCINA: Ottima e genuina.

DOLCI TIPICI: Cassata, vuccunetta, serafineddi, agnelli pasquali, biscotti, Savoiarde etc. 

USI COSTUMI TRADIZIONI:

Molti degli usi, dei costumi e delle tradizioni di cui era ricco il nostro Paese sono andati perduti. C’è stata quasi la volontà di volere dimenticare il passato coprendolo di un non ben definito modernismo. Qualcosa è rimasto come per esempio un antichissimo saluto che il figlio rivolge al padre : “za benedica pa” (mi benedica papà). Si tratta di una forma di riverenza che ormai non si usa più.

Un altro uso è quello della preparazione dei “cavadduzzi e palummeddi” (cavallucci e colombe) di caciocavallo modellato dalle mani dei nostri pastori che vengono offerti in occasione della festa in onore del SS.Sacramento  denominata “A carvaccata di Vistiamara”. (cavalcata dei Pastori).

Le donne anziane di Geraci usano filare ancora la lana con il “fuso” e la “conocchia” che serve poi alla realizzazione di indumenti di lana per la famiglia.

Una tradizione importante ancora in uso è la “serenata alla zita” che il fidanzato, alla vigilia del matrimonio, porta alla fidanzata in segno di buon auspicio.

Quello che colpisce ancora oggi sono gli indumenti di lavoro utilizzati dai pastori, contadini etc. e cioè : “cauzi di peddi” (gambali di pelle di capra), “ scarpi di pilu” (scarpe di pelle) e a ‘ncirata” (mantello di tela cruda con cappuccio reso impermeabile con olio di lino).

Nei mesi invernali molti uomini usano sia per il lavoro, sia per la festa “u cappularu” (mantello di panno con il cappuccio), e le donne “u sciallu” anch’esso di panno o di spugna.

Oggi è diventato di moda usare “u cappularu”. Molti visitatori lo acquistano per poterlo indossare anche in città, come riscoperta di una tradizione.

CENNI DEMOGRAFICI:

Dal Dizionario Topografico di Vito Amico tradotto e continuato dal Di Marzo, si evince che Geraci nel ‘700 apparteneva alla “Comarca” di Polizzi e alla Prefettura di S.Filadelfio (San Fratello), alla quale apprestava 5 cavalli e 41 fanti.

Nel ‘500 sotto Carlo V, presentava 977 case e una popolazione di 3125 abitanti; nel 1650 aveva 860 case e 3129 abitanti; nel 1713 aveva 807 case e 2732 abitanti; nel 1798 aveva 3364 abitanti; nel 1831 aveva 2775 abitanti e nel 1852, 3207 abitanti.

Dissonanze si notano con quanto sostiene Maggiore Perni, il quale riporta:

Nel 1570 Geraci aveva 3544 abitanti; nel 1583 aveva 3930 abitanti; nel 1653 aveva 3219 abitanti; nel 1714 aveva 2723 abitanti; nel 1748 aveva 2767 abitanti; nel 1798 aveva 3364 abitanti.

I censimenti eseguiti nel 1961 con 3629 abitanti e nel 1971 con 3065 abitanti, così come quello eseguito nel 1981 con 2560 abitanti e quello del 1991 con 2300 abitanti, mostrano una popolazione oscillante. Le cifre  nella loro naturale freddezza, indicano la necessità, di costruire uno sviluppo articolato di queste zone che tenga conto delle popolazioni insistenti nel territorio, ma che abbia la capacità e la forza di trasmettere ciò di cui è ricco e cioè le bellezze artistiche, ambientali, architettoniche e storiche creando i presupposti per uno sviluppo turistico che dia speranza alle nuove generazioni.

QUARTIERI:

Dai “Riveli” delle anime ( Schedario parrocchiale da dove risultava in modo unitario la vita spirituale di ogni persona. Oggi esistono i registri (matrimonio, battesimi etc.), da dove è possibile dopo un’accurata ricerca arrivare ai “riveli delle anime”. I registri della Parrocchia di Geraci partono dal XVII secolo), veniamo a conoscenza che Geraci nel 1682 e fino al 1714 era diviso in 35 quartieri:

San Bartolomeo, Sant’Ippolito, S.Maria Maggiore, San Biagio, S.Maria La Porta, S. Michele Arcangelo, S. Giuliano, S.Antonino, S.Pietro, S.Giacomo, Madrice Chiesa, S.Rocco, P.zza S.Giuliano, S.Frana, S.Giovanni, C.da del Salvatore, S.Nicola, S.Quaranta, Santigno, Caparacella, S.Andrea, S.Siro, Della Valle, Dell’Ospedale, S.Benedetto, S.Barbara, S.Basiti, Dell’Abbatia, Della Turri, S.Maria Latina, S.Francesco, Pomo, Scalilla, Mura (o Tronella).